In posa con i loro abiti su misura non avrebbero fatto brutta figura sulla copertina di un 45 giri degli anni Sessanta. Loro sono “I Diamanti”, band vicentina nata a Marano che ha deciso di rispolverare proprio il vastissimo repertorio del beat italiano, fenomeno musicale esploso in tutta la penisola sulla scia dei successi che arrivavano dal mondo musicale anglofono, con i Beatles in prima linea.
«Siamo nati come band quasi per caso nel 2010 – racconta Guido Gasparin, voce della band –. La Casa del Giovane di Marano Vicentino aveva organizzato una sorta di “corrida”, invitando ad esibirsi gruppi musicali improvvisati, formati per l’occasione. Così ho chiamato un po’ di ex colleghi musicisti e abbiamo messo su il gruppo, con l’idea di fare canzoni di beat italiano anni Sessanta».
Da lì in poi il cammino è stato in discesa: «Abbiamo suonato pezzi come “Ragazzo di strada” dei Corvi, “Ho in mente te” e “Tutta mia la città” dell’Equipe 84, “Pugni chiusi” dei Ribelli, e ci siamo accorti che al pubblico piacevano e così siamo andati avanti. Sono canzoni conosciute ovviamente da chi quegli anni li ha vissuti, ma anche da chi le scopriva per la prima volta… come noi».
Guido e i suoi colleghi musicisti vengono dal rock e dal punk hardcore, che sembrerebbe distantissimo dai suoni e dall’immagine delle band di quel periodo, che spesso apparivano in giacca e cravatta o indossando camicie con le maniche a sbuffo.
«In realtà quello del beat era un movimento che portava una buona carica di contestazione e ribellione – spiega Guido –. C’erano canzoni leggere, indubbiamente, ma altre avevano testi molto impegnati. Basta pensare ai Nomadi, ai Ribelli o ai Rokes: “La pioggia cade su di noi” tira una linea netta tra la generazione del beat e quella dei loro predecessori. Così anche “Non ci potete giudicar” o “Noi non ci saremo” dei Nomadi, sulla quale stiamo lavorando in queste settimane per inserirla nella scaletta dei nostri concerti».
“Noi non ci saremo”, non possiamo trascurarlo, è stata scritta da Francesco Guccini, scomparso lo scorso 6 agosto e autore di molti altri successi “beat”. Segno che il movimento è stato un “laboratorio” che ha lanciato artisti importanti, oltre a dare voce alla generazione di italiani nata alla fine della Seconda guerra mondiale, la prima a percepirsi “globale”.
Alcune band hanno poi trovato il modo di evolversi, oltre gli anni Sessanta: «I Quelli sono diventati la Pfm – racconta Gasparin –; una parte dei Ribelli sono poi diventati gli Area. I New Trolls, i Giganti e Le Orme dal beat sono passati al rock progressivo, altro movimento peculiare della musica italiana che ha avuto un grande successo all’estero. Anche il beat italiano è stato peculiare, al punto da attirare musicisti stranieri come i The Rokes o Mal dei Primitives. Ma non mancano declinazioni locali: in Sardegna c’era un gruppo che cantava in sardo».
Oltre a Gasparin, la band è composta da Giovanni Rigadello alla chitarra, Alessandro Greselin al basso, Diego Busin alla batteria e Paolo Bolfe come secondo cantante.
«Quella di avere due cantanti è una delle caratteristiche del beat, i cori sono fondamentali. Con Paolo ci alterniamo alla voce principale, ogni tanto si aggiunge il chitarrista. Studiamo le canzoni e cerchiamo di riproporle nel modo più fedele alla versione originale. Sono pezzi molto belli da cantare e da suonare, oltre che ben scritti. E piacciono davvero a tutti: sia ai giovani che ai meno giovani. Quando suoniamo noi ci scateniamo parecchio e la musica contagia il pubblico».
Chi volesse lasciarsi contagiare dai Diamanti, la prossima occasione per farlo è a Valdagno il 27 settembre, in occasione della manifestazione Econaturaday – Sport e sostenibilità per la Terra, organizzata dal Comune.
«In passato è pure esistita una band che si chiamava come noi – conclude Guido Gasparin –. L’importante è che non ci confondiate con i Diamanti che fanno liscio». Quella è tutta un’altra cosa.
Andrea Frison
© RIPRODUZIONE RISERVATA


