L’estate invoglia a stare all’aperto, fare passeggiate, godere maggiormente degli spazi verdi e apprezzare l’offerta della natura. In questi ultimi anni si è riscoperta un’abitudine antica, che ha accompagnato l’uomo fin dalla preistoria e che, fino alle generazioni dei nostri nonni, è stata una pratica molto diffusa: andar per erbe.
L’apertura verso un’alimentazione biologica ed ecosostenibile ha portato recentemente a un rinnovato interesse verso questa attività, chiamata foraging o fitoalimurgia, accrescendo la consapevolezza riguardo alle proprietà e ai benefici delle piante spontanee commestibili rispetto a quelle provenienti da coltivazioni.
La passeggiata nei prati o nei boschi, lungo i ruscelli o sui declivi collinari può dunque diventare un modo non solo per acquisire nuove conoscenze, ma anche per percepire come più vicino il mondo naturale, spesso considerato soltanto come lo sfondo del nostro vivere quotidiano.
Come raccogliere le erbe spontanee
Prima di tutto, quando ci si accinge a una raccolta è bene seguire alcuni accorgimenti. In questo modo si possono ottenere soddisfazioni dalla ricerca e, soprattutto, evitare errori che possono risultare sgradevoli, se non addirittura fatali.
È importante innanzitutto evitare di raccogliere le piante in ambienti inquinati, come bordi stradali, campi coltivati con metodi tradizionali, luoghi frequentati da animali e altre aree potenzialmente contaminate.
Occorre inoltre raccogliere soltanto le piante che si conoscono con certezza e in quantità modeste, senza prendere esemplari rari o poco diffusi e rispettando sempre le normative locali.
Delle piante spontanee si possono raccogliere fiori, foglie o frutti. È invece preferibile evitare le radici, perché la loro estrazione può danneggiare l’ecosistema e compromettere la crescita della pianta in quella zona. Anche quando si raccolgono fusto e foglie, è quindi opportuno non estrarre l’intera pianta, ma tagliarla alla sommità, lasciando foglie sufficienti perché possa ricrescere.
Secondo la tradizione, le erbe spontanee andrebbero raccolte al mattino presto, quando sono ancora bagnate dalla rugiada della notte e possiedono una maggiore vitalità. La tradizione vuole inoltre che le parti della pianta che crescono verso l’alto siano raccolte durante la luna crescente, mentre le altre in fase di luna calante.
Le erbe spontanee dell’estate
In questo periodo di piena estate abbondano il farinello, così chiamato perché la pagina inferiore della foglia produce una caratteristica polverina bianca, e la portulaca, un’erba che può essere infestante, dalle foglie spesse, utilizzabili sia crude sia cotte.
C’è poi l’onnipresente piantaggine, dalle foglie lanceolate segnate da nervature, che produce fiori riuniti in un capolino compatto sulla sommità dello stelo e che, una volta cotti, hanno un sapore simile a quello dei funghi prataioli.
Un’altra specie molto diffusa è il tarassaco, conosciuto anche come dente di leone o pisacan, che in estate offre una rigogliosa corona di foglie dal sapore amarognolo, ottime da consumare cotte in diverse preparazioni.
Anche la malva è una delle erbe spontanee più conosciute. I suoi fiori rosa, formati da cinque petali, sono ancora facilmente riconoscibili nei prati e possono essere utilizzati per decotti. Le foglie, invece, si possono consumare crude in insalata oppure cotte.
In queste estati sempre più torride è ancora facile trovare il grespino, una pianta molto resistente che, dalla primavera in poi, produce fiori gialli simili a quelli del tarassaco e foglie disposte a raggiera sullo stelo, utilizzabili sia crude sia cotte.
Senza dimenticare l’ortica, ospite di ogni terreno un po’ incolto, soprattutto vicino a muretti e recinzioni, che d’estate offre i propri fiori riuniti in spighe. I piccoli semi verdi possono essere utilizzati come ingrediente per tisane e decotti.
Attenzione alle piante tossiche
Quando si raccolgono erbe spontanee, tuttavia, è fondamentale prestare molta attenzione. Esistono infatti varietà “sosia” che possono ingannare il raccoglitore inesperto e provocare danni alla salute.
Per esempio, il senecio può essere confuso con il tarassaco: le due piante sono simili, ma alcune specie di senecio contengono alcaloidi pirrolizidinici che possono risultare nocivi per il fegato.
Allo stesso modo, è importante non raccogliere la vitalba scambiandola per i bruscandoli: si tratta infatti di una pianta tossica, in grado di irritare la pelle e l’apparato digerente.
Particolare attenzione va prestata alla cicuta maggiore, che può essere confusa con il finocchio o con la carota selvatica. È riconoscibile anche dalle caratteristiche macchie rossastre sul fusto e dal suo odore sgradevole.
Altri esempi di piante altamente tossiche sono il mughetto e, soprattutto, il colchico. Le foglie di quest’ultimo possono essere scambiate per quelle dell’aglio orsino, ma sono prive del caratteristico profumo agliaceo. La loro ingestione può provocare gravi intossicazioni e avere conseguenze anche letali.
La regola fondamentale, dunque, resta una sola: raccogliere e consumare esclusivamente piante riconosciute con assoluta certezza. In caso di dubbio, è sempre meglio non raccogliere.
Denise Battistin
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