«Questa mattina al Servizio Clienti devo aver parlato con un essere umano. Non è stato molto gentile». La battuta di un amico mi fa sorridere e al contempo riflettere. L’intelligenza artificiale (IA) è entrata oramai in molte dinamiche della nostra quotidianità, senza quasi che ce accorgessimo. Fino al punto che a volte al telefono o al computer non siamo più sicuri se a rispondere alle nostre domande sia un altro essere umano o una macchina addestrata per farlo, capace perfino di cogliere le sfumature emotive della nostra voce e di “comportarsi” di conseguenza. Assistenti vocali e chatbot, a partire banalmente da una ricerca su internet o dall’interazione con un servizio di assistenza online, sono diventati parte della nostra vita quotidiana, collaboratori nella realizzazione dei nostri progetti, a volte perfino confidenti delle nostre ansie e preoccupazioni.
Molte persone, non solo adolescenti, ammettono di raccontare i propri problemi di salute o i propri stati emotivi all’intelligenza artificiale, cercandovi conforto, rimedi e consigli per affrontare la vita. A volte questo accade per carenza di amici e punti di riferimento reali; altre volte perché, in un mondo tutto improntato al successo e al risultato, ci si vergogna a confidare le proprie fatiche e fragilità; altre volte ancora perché un dispositivo elettronico, a differenza di una persona in carne ed ossa, può essere spento in qualunque momento senza conseguenze particolari. Ma a temere di poter essere sostituiti da un robot non sono oggi solo centralinisti, impiegati, psicologi e amici del cuore, ma anche quanti operano nel mondo della comunicazione: grafici, fotografi, videomaker e giornalisti. Buona parte della miriade di video e immagini che ogni giorno intasano inutilmente i nostri servizi di messaggistica istantanea e i nostri canali social sono stati realizzati dall’intelligenza artificiale. E poco importa se la maggior parte dei video carini di animali e bambini che circolano in rete sono falsi, ma quando si manipolano immagini e parole di leader politici e religiosi, notizie dai paesi in guerra, dati economici o sanitari per suscitare sdegno, catturare consensi o influenzare l’opinione pubblica, la questione si fa evidentemente molto più seria.
La disaffezione della maggior parte delle persone ai media tradizionali, l’idea che ci si possa informare (apparentemente) gratis scrollando ogni tanto qualche notizia sul telefono, rischia oggi di far scomparire la professione del giornalista e la sua fondamentale funzione di mediazione, cioè di verifica della veridicità dei fatti e delle fonti, nonché di lettura e correlazione delle notizie ai contesti generali e ai processi globali. Le redazioni dei giornali si assottigliano sempre di più e gli scialbi e spesso fuorvianti contenuti realizzati dall’intelligenza artificiale occupano spazi crescenti nel sofferente mondo dell’editoria e soprattutto dei contenuti online.
Di tutto questo parla il messaggio per la 60^ Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali che, come ogni anno, si celebra nella solennità dell’Ascensione. Custodire voci e volti umani si intitola la riflessione del Papa che, davanti al diffondersi dell’intelligenza artificiale, tra la via degli entusiasti e quella dei catastrofisti propone ancora una volta la strada mediana del discernimento sapienziale, verso una saggia integrazione delle nuove tecnologie con il patrimonio culturale, etico e spirituale che ci viene dal passato. Perché questo possa realizzarsi, dice il messaggio, occorrono senso di responsabilità e cooperazione. Responsabilità sociale di chi sviluppa e immette sul mercato sempre nuovi e più sofisticati modelli di IA e delle imprese che li utilizzano. Cooperazione da parte di tutti per educare “cittadini digitali” consapevoli, dotati di senso critico e tutelati da leggi specifiche per evitare frodi, bullismo, violazioni della privacy e distorsioni della realtà. Nel frattempo ci resta il dubbio se una gentilezza artificiale sia effettivamente preferibile alla buona vecchia e rassicurante scortesia di un impiegato reale di cattivo umore.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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