Il 2025 è stato un anno nero per il soccorso alpino italiano, con 13 mila missioni di soccorso, 528 vittime e 9.624 feriti. Cifre in aumento rispetto agli anni recenti (nel 2024 gli interventi erano stati 12 mila), tendenza alla quale neanche il Veneto è estraneo. «Nella nostra regione siamo sull’ordine di oltre un migliaio di interventi e come purtroppo abbiamo visto anche nelle prime settimane di quest’anno, non sono mancati i morti. Nel 2025 sono stati una quarantina in tutto l’arco alpino, cifre in crescita anche in Svizzera, Austria e Francia ».

A parlare è Luca Nardi, scledense, 62 anni e da 25 impegnato come soccorritore alpino. In Veneto sono presenti due delegazioni del soccorso alpino: Dolomiti bellunesi e Prealpi venete. Nardi ricopre la carica di vicedelegato per le Prealpi venete, un territorio che, grossomodo, va dal Monte Baldo al Monte Grappa. Vi sono presenti sei stazioni di soccorso: Schio, Recoaro, Arsiero, Asiago, Verona e Padova, che copre i Colli Euganei e i Colli Berici.
Le cause degli incidenti
«Una prima spiegazione nell’incremento degli incidenti in montagna sta nel fatto che, soprattutto, dopo la pandemia, la frequentazione è maggiore – spiega Nardi -. Ma la preparazione delle persone non va di pari passo con l’aumento delle presenze. Molti sono sprovveduti».
Anche il cambiamento climatico è diventato una causa determinante di numerosi incidenti, «soprattutto nel periodo invernale – afferma Nardi -. Il rischio valanghe è aumentato. Nevica poco, e quando nevica le temperature cambiano repentinamente. Ma anche in estate ci sono dei rischi, con condizioni meteorologiche sempre più imprevedibili ».
In Veneto 775 soccorritori
Quello dei soccorritori, in Veneto, è un piccolo “esercito” di 755 volontari. «Dipendiamo dal Servizio sanitario regionale, tutte le attivazioni avvengono attraverso il Suem o il 118 – spiega Nardi -. Siamo un buon numero, tra noi ci sono anche molti giovani desiderosi di impegnarsi ed è una fortuna, perché siamo attivi 365 giorni l’anno per 24 ore al giorno. Ogni settimana due volontari sono reperibili a qualsiasi ora, il resto della squadra lo si costruisce in base alle disponibilità del momento. Tecnicamente, la dicitura “legale” è Servizio sanitario d’emergenza in ambiente impervio e ostile, quindi non necessariamente solo montagna ma anche scarpate o grotte».
Spirito umanitario
Alla radice dell’impegno come soccorritore «c’è prima di tutto una grande passione per la montagna – racconta Nardi -. Arrampicata, alpinismo, cascate di ghiaccio… la base è quella. Il resto è voglia di mettersi in gioco e di aiutare. Lo spirito del volontariato, insomma».
In 25 anni di servizio, Nardi ha perso il conto degli interventi di soccorso che ha eseguito: «I più toccanti sono sempre quelli che coinvolgono bambini dispersi o bloccati. Gli interventi più difficili che ricordo erano di notte, in parete. Alcuni sono finiti bene, altri male». Le uscite dell’elicottero «sono quelle che suscitano più clamore ma si tratta veramente di pochi casi. La maggior parte delle volte, se le condizioni lo permettono, preferiamo recuperare a piedi chi ha bisogno di aiuto. Colpevolizzare chi ha commesso un errore non lo trovo giusto come atteggiamento. L’esperienza che ho fatto io in questi anni è che se qualcuno si trova in difficoltà usciamo sempre volentieri. È uno spirito umanitario».
I 3 consigli per evitare guai
I consigli che Nardi si sente di dare per evitare rischi «sono sempre gli stessi, può risultare tedioso ripeterli ma vanno detti e ribaditi dieci, cento, mille volte se necessario. Andiamo in montagna per cercare un po’ di avventura, immergendoci in un ambiente severo. Le cose da tenere presenti sono tre: preparazione fisica e psicologica, buon equipaggiamento e buona informazione. Oggi abbiamo la fortuna di avere tante informazioni, dobbiamo prepararci bene prima di iniziare un percorso, anche se veniamo accompagnati. Ci è capitato di soccorrere gente inesperta che si era fidata ciecamente di qualche amico. Non bisogna dare niente per scontato. Ed essere pronti ad affrontare le emergenze, senza paura, leggendo la situazione e capendo cosa si è in grado di affrontare».
Andrea Frison
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