La Chiesa e i preti non fanno politica, ma hanno il diritto e il dovere di intervenire nel dibattito politico quando i politici dimenticano di essere al servizio del bene comune, quando si manipola la verità, si calpestano la dignità umana e i suoi diritti fondamentali, o la nostra casa comune viene ferita in nome del mero profitto.
Il cristianesimo per sua natura non può essere relegato nei confini delle sacrestie, nella sfera della coscienza individuale, in un vago e consolatorio spiritualismo disincarnato. Si traduce piuttosto in una dottrina e in un impegno sociale, soprattutto a favore degli ultimi, dei deboli, di chi rischia di essere calpestato nel silenzio generale. Che la Chiesa lungo la storia, per paura o per opportunismo, possa a volte aver taciuto o essersi allineata al potere dei più forti, è un peccato di cui chiedere perdono, ma non può essere il motivo per restare oggi afoni davanti alle ingiustizie, alle prevaricazioni, alle mistificazioni del mondo.
E parlare, temiamo, andando avanti così si renderà sempre più necessario perché, come ha detto papa Leone al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, “ai nostri giorni, la debolezza del multilateralismo è motivo di particolare preoccupazione a livello internazionale. Al dialogo viene sostituita la forza. La guerra è tornata di moda”. Rilevando poi con eguale apprensione l’indebolimento del diritto umanitario e dell’impegno delle nazioni ricche verso i paesi poveri, nonché le crescenti violazioni della libertà di coscienza, di espressione e di religione che si registrano in tante parti del mondo, anche in seno alle nostre democrazie occidentali.
Lo vediamo, nel nostro piccolo, anche nel dibattito che si è scatenato sul referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, presentato da alcuni come la panacea di tutti i mali e trasformatosi, contro ogni logica, in un feroce scontro politico in cui, senza scrupoli, a favore del “sì” taluni tirano di mezzo i migranti o l’annosa questione della legittima difesa. Non significa necessariamente schierarsi per il “no” denunciare che questa è sola faziosa e pericolosa propaganda.
Le parole del Papa sembrano aver dato coraggio soprattutto ai cattolici degli Stati Uniti d’America. I cardinali di Washington, Chicago e Newark hanno sottoscritto nei giorni seguenti un messaggio comune che critica pesantemente non solo la politica estera (con riferimento esplicito a Venezuela e Groenlandia), ma anche quella interna del presidente Trump. I tre vescovi hanno assicurato che “come pastori e cittadini nei prossimi mesi predicheremo, insegneremo e ci impegneremo pubblicamente per una politica e una pace giusta… oltre polarizzazioni, partigianerie e interessi economici e sociali ristretti”.
Anche il vescovo Broglio, Ordinario militare degli Stati Uniti, in un’intervista rilasciata alla rivista America, è arrivato ad auspicare una obiezione di coscienza da parte dei soldati statunitensi, qualora venissero coinvolti in operazioni come quelle attuate in Venezuela o paventate in Groenlandia che – parole del presule – “pongono seri problemi etici e offuscano l’immagine degli Stati Uniti nel mondo”.
A Minneapolis, poche sere fa, migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro le politiche di Trump nei confronti dei migranti e le violenze e gli abusi compiuti da agenti dell’agenzia federale per l’immigrazione (ICE). Durante la manifestazione, che la rigida temperatura di 23 gradi sotto zero non ha fermato, un centinaio di preti cattolici, pastori evangelici e altri leder religiosi sono stati arrestati dalla polizia per aver occupato le piste dell’aeroporto della città da cui partono i voli per i rimpatri forzati dei migranti. L’Arcivescovo della città ha pubblicato una lettera in cui afferma la necessità di rivedere le leggi che regolamentano immigrazioni e cittadinanza, ribadendo la necessità di garantire ordine e sicurezza, ma mettendosi soprattutto dalla parte “dei miei parrocchiani immigrati che oggi hanno paura ad accompagnare i figli a scuola in auto, di venire in chiesa o di fare la spesa, indipendentemente dal loro status legale”.
L’impegno diretto nelle cose del mondo spetta ai laici – ha ribadito giustamente il Concilio Vaticano II –, ma anche i pastori della Chiesa, in determinate situazioni, non possono e non devono tacere.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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Concordo pienamente.
Dovremmo farlo Noi Laici ,in tutti gli ambiti della vita.I ricchi stanno schiacciando sempre di più i più fragili e poveri.Diventando sempre più ricchi.
Io nel mio piccolo cerco di farlo.E ‘una goccia di acqua in un Oceano,
Grazie.