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Quello di Mancuso è un paradossale neo-cristianesimo

Nel separare il Gesù storico dal Cristo, l'ultimo lavoro del teologo confonde spesso il rigore scientifico con la polemica gratuita

26 Gennaio 2026
in Cultura
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Quello di Mancuso è un paradossale neo-cristianesimo

Leggere Gesù e Cristo del “teologo laico” Vito Mancuso richiede al lettore una buona dose di pazienza e nervi saldi. Non tanto per la mole del libro (stiamo parlando di un volume di 776 pagine, scandito in 9 capitoli e 215 paragrafi), quanto per il contenuto che esso propone e il tono con cui lo fa, non esente da una certa puntigliosità. Per chi ha qualche dimestichezza con la storia della teologia non sarà difficile riconoscere fin dalle prime pagine gli stessi intenti che animarono la cosiddetta “prima ricerca” sul Gesù storico iniziata in ambito protestante con la cosiddetta teologia liberale, a partire da Hermann Samuel Reimarus (1694-1768) e proseguita poi da molti altri (Paulus, Strauss, von Harnack, Renan). Anche l’esito finale della ricerca è simile a quella stagione: un profilo di Gesù a immagine e somiglianza del ricercatore. In questo caso di Mancuso.

Tutta colpa degli Apostoli?

Chi, invece, non ha un retroterra di studi teologici, leggendo il saggio si trova di fronte a una tesi molto semplice, bene espressa nel titolo: Gesù e Cristo sono due figure separate. Gesù non è il Cristo, inteso come il Signore, per dirla alla Romano Guardini, ma è un personaggio storico distinto dal Cristo confessato nella fede “costruita” dagli apostoli Pietro e Paolo. A loro Mancuso imputa di aver tradito l’originario “gesuanesimo” a favore del cristianesimo tradizionale, nei confronti del quale l’autore non fa mistero del suo disprezzo: «La spiritualità è anzitutto una questione di forma, di stile, di disposizione della mente: non ci si può dichiarare discepoli di Gesù e poi non coltivare la sua tensione apocalittica, la sua inquietudine, il suo spirito di ribellione la sua protesta, la sua volontà di cambiamento, il suo coraggio, la sua opposizione ai poteri che cristallizzano le ingiustizie di questo mondo. Eppure, è quello che per lo più è avvenuto lungo i duemila anni di cristianesimo e che avviene ancora oggi nella gran parte delle curie di tutto il mondo: nessun radicalismo, solo mediocre conservatorismo, talora blasfemo affarismo» (p. 331). Un giudizio affilato, in parte condivisibile per certi aspetti, ma fondato su una tesi di fondo inaccettabile, riconducibile a una delle prime eresie cristiane, l’adozionismo (Gesù sarebbe figlio di Dio solo in quanto “adottato” dopo il battesimo al Giordano).

Molto bisturi, poco ago e filo

La passione e la severità con cui Mancuso procede nella sua ricerca non concede spazio alle obiezioni. In un certo senso, è il lettore che paga il prezzo di chi scrive «con amore, ma al contempo con la necessaria distanza» attorno alla figura di Gesù. Il risultato è una ricerca in cui il rigore del lavoro scientifico spesso si confonde con la polemica gratuita. Va certamente riconosciuta l’onestà di chi mette subito il lettore davanti alla genesi e allo scopo del libro, come anche il debito nei confronti dell’opera Gesù Cristo e il cristianesimo di Piero Martinetti del 1934. Scopo che è messo nero su bianco nelle primissime pagine: separare il Gesù storico dal Cristo della fede «per ricostruirne la simbiosi su basi nuove, in modo che torni a essere accettabile per la coscienza contemporanea. E’ come se si trattasse di una delicata operazione chirurgica della nostra interiorità, per la quale prima si deve usare il bisturi per aprire e dividere, poi l’ago e il filo per ricucire e richiudere» (p. 22-23). Il bisturi Mancuso lo sa usare bene, ma in modo molto arbitrario, selezionando accuratamente le fonti che non contraddicono le sue argomentazioni. Il punto non è tanto il problema del gesuanesimo separato dal cristianesimo, né del “neo-cristianesimo” proposto nelle pagine conclusive del saggio, ma la postura di fondo: che la posizione personale dell’autore su Gesù debba essere quella più corretta. Mancuso sembra avere la pretesa di dire la parola definitiva su Gesù di Nazaret, sulla teologia e sulla Chiesa. Finché un autore parla del suo rapporto personale con Gesù nessuno può giudicare, ma pretendere che la propria posizione diventi quella attraverso la quale ripensare completamente il cristianesimo è tanto discutibile quanto presuntuoso.

Tuttavia il successo di pubblico dà da pensare e riflette la distanza tra la teologia praticata negli ambienti ecclesiali e la cultura diffusa.

Il paradossale “neo-cristianesimo” di un agnostico

Sulla questione della risurrezione, la posizione personale di Mancuso è chiara: «un tempo l’accettavo per fede, ora non più: ora né l’accetto né la nego, mi astengo e, come le donne di Marco, taccio: assumo una posizione che definisco agnosticismo» (p. 666). Che cosa resta? Presto detto: «dal cristianesimo si tratta di prendere l’universalità, dal gesuanesimo l’eticità» (p. 710). Il Gesù «buddhico» (p. 55) di Mancuso, finalmente “liberato” dalle interpretazioni di Paolo e di Pietro, come anche dalla qualifica di redentore, può muoversi nell’orizzonte dell’etichetta attribuitagli dall’autore (e di molti altri prima di lui): quello del profeta escatologico-apocalittico. Si tratta di un programma in parte simile a quello dell’esegeta luterano Rudolf Bultmann, che voleva rendere di nuovo significativa per l’uomo moderno la fede cristiana, attraverso la “demitizzazione” di Gesù in nome di una risignificazione in chiave esistenziale del messaggio cristiano. Allo stesso modo Mancuso ritiene di contribuire alla liberazione del nucleo più spirituale del cristianesimo rispetto al suo rivestimento dogmatico, proponendo una nuova simbiosi tra la storia di Gesù e l’idea del Cristo. Rifiutare il cristianesimo in nome della spiritualità ricorda la parabola di altri intellettuali, come il gesuita irlandese George Tyrrell, che Pio X definì “modernista” e in tempi più vicini il teologo tedesco Hans Küng. Il gesuanesimo senza redenzione di Mancuso ricorda, per certi aspetti, il neognosticismo diffidato da papa Francesco in Gaudete et Exsultate: «È anche tipico degli gnostici credere che con le loro spiegazioni possono rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo. Assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti» (GE 39). Al tempo stesso, il successo di pubblico di cui gode dà da pensare e, di fatto, riflette la distanza tra la teologia praticata negli ambienti ecclesiali e la cultura diffusa.

Stefano Didonè, Facoltà Teologica del Triveneto

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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