Il termometro segna meno un grado, alle 20.30 di venerdì sera, in Contrà Torretti si aspetta in silenzio. I giubbotti sono chiusi fino al collo, i cappelli calati sulla fronte, le mani protette come si può.
Coppa d’Africa
Alaba (nome di fantasia) è lì accanto al figlio di 19 anni. Arrivano dal centro dell’Africa. Davanti a loro la porta della Caritas, il ricovero notturno invernale di emergenza. A Vicenza c’è chi sta per chiudere la porta di casa e c’è invece chi aspetta che qualcun altro la apra. Chi parla a bassa voce, alcuni guardano il telefono: c’è la partita della Coppa d’Africa Marocco–Camerun. La maggior parte tiene lo sguardo basso, fisso a terra. Zaini sulle spalle o borse di plastica in mano, tutta la vita e la giornata compressa in pochi oggetti da tenere stretti a sé. Ci sono uomini arrivati dal Nord Africa, altri dall’Africa subsahariana, alcuni italiani. Storie ed età diverse, la stessa attesa.
Uno alla volta
Quando la porta si apre, l’ingresso è ordinato, senza fretta, uno alla volta. I volontari li accolgono con gentilezza, con un sorriso, ma anche con fermezza: prima il controllo degli effetti personali, poi il metal detector. Gesti necessari. L’ufficio è il secondo approdo. Documento di riconoscimento in mano, ma è una formalità: Gaetano li conosce tutti, uno per uno, nome per nome, storia su storia. «Come stai? Hai mangiato? Come va al lavoro? Che turni hai?» Non sono domande di rito. Sono questioni di umanità. Un volontario, accolto a sua volta qui sino a qualche mese fa, consegna un bicchiere, il lenzuolo e un foglio: sopra c’è scritto qual è il posto letto assegnato per la notte, le regole da seguire. È poco, è essenziale. È quello che serve, che serve ora. C’è chi si rattrista per la cerniera dello zaino rotta, una piccola tragedia per chi lì dentro tiene tutta la sua casa. Chi chiede se è rimasta una fetta di panettone, per addolcire la fine della giornata. Chi stringe già il flacone del bagno schiuma, pensando alla doccia come a un confine tra prima e dopo. C’è chi scherza con gli operatori, per alleggerire l’attesa, e chi invece resta in disparte, con lo sguardo smarrito, come se anche qui facesse fatica a sentirsi al sicuro. Fuori fa freddo, dentro no. Non solo per il riscaldamento. All’esterno c’è l’indifferenza, all’interno l’accoglienza. Qui la notte non è un vuoto da attraversare da soli, ma uno spazio condiviso, regolato, custodito. Un rifugio di emergenza, necessario perché l’emergenza non è il freddo, ma una disuguaglianza che aumenta e si normalizza, mentre una parte del Paese concentra ricchezze immense e un’altra si mette in fila, in silenzio, per un letto e una coperta. È il margine visibile di un’ingiustizia sociale che continua a produrre esclusi. Secondo Oxfam, a metà 2024 il 10% più ricco delle famiglie italiane possedeva quasi il 60% della ricchezza nazionale. Nello stesso tempo, la ricchezza dei miliardari italiani si accresce di centinaia di milioni di euro al giorno, mentre cresce anche il numero di persone che ogni sera attende un posto letto al rifugio notturno Caritas. Vicenza dorme e cinquanta persone, questa notte, hanno potuto avere un letto. Ma almeno altre venti resteranno fuori, in lista d’attesa, davanti alla porta di vicolo Torretti. Perché dormire per strada, non solo quando la temperatura scende sotto zero, non è mai davvero possibile.
Nel 2025, le persone ospitate sono state 229 (contro le 210 del 2024), di cui 214 uomini e 15 donne; 45 gli uomini italiani ospitati e 169 gli stranieri, per un’età media di 41 anni; è stata ospitata una donna italiana, mentre quelle straniere sono state 11. La media dei pernottamenti per ospite è di 66 giorni, contro i 57 dello scorso anno.
Volontari
«Fuori ci disprezzano, qui ci fanno sentire delle persone ». È una frase che padre Rey, responsabile del centro, sente ripetere spesso. «Ascolto le loro storie – racconta – siamo un supporto non solo per il corpo, ma anche per l’anima. La dignità umana è qualcosa che non si tocca. Eppure la società costruisce stereotipi. Ogni persona è il volto di Dio e va accolta come se fosse Gesù che bussa alla porta chiedendo una coperta. Non importa la nazionalità o lo status. Qui non sono numeri o documenti: sono persone, sono storie, sono dignità umana». Dietro ogni volto, una storia diversa. C’è chi è arrivato dopo un viaggio lungo e pericoloso, via mare o a piedi, e ora attende l’esito della richiesta di asilo. Chi lavora, ma non riesce a sostenere il costo di un affitto. Chi ha perso tutto nel gioco, chi combatte con una dipendenza, chi porta addosso il peso di essere stato un soldato bambino. C’è chi ha rotto con la famiglia e non ha più una casa, chi non riesce a trovare un posto dentro una società che corre troppo veloce. Storie diverse, fragilità differenti, la stessa necessità di essere riconosciuti.
André
Poi c’è André. Brasiliano, 46 anni, arrivato in Italia due anni fa. Da otto mesi è volontario: ha scelto di restituire l’aiuto ricevuto. «Il primo giorno che sono arrivato in Italia sono stato accolto dalla Caritas – racconta – mi hanno chiesto se avessi mai dormito per strada. Ho risposto di no. Loro mi hanno detto che nemmeno quella notte lo avrei fatto». Da lì è cominciato tutto: «Mi hanno aiutato a rimettermi in piedi, a trovare un lavoro, a studiare. Ora faccio il camionista, vivo in un appartamento con dei ragazzi universitari, sono il più vecchio» dice sorridendo. Una volta alla settimana torna qui. «Vengo per aiutare gli altri come sono stato aiutato io. Non bisogna giudicare le persone: può accadere a tutti di trovarsi in difficoltà».
Chiusura
Una porta che si apre può impedire che una persona venga cancellata in una società che produce esclusione come normalità. C’è chi dorme qui da vent’anni, chi solo per qualche mese, chi spera di non tornarci mai più. Chi saranno i prossimi a bussare alla porta del rifugio notturno di emergenza della Caritas? Negli ultimi dieci anni, secondo il Rapporto Caritas 2025, le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate in modo significativo: circa 5,7 milioni di persone, pari a 2,2 milioni di famiglie. Oggi la povertà non è più un fenomeno marginale, ma una condizione strutturale. La domanda, allora, non è se toccherà ancora a qualcuno bussare a quella porta. La domanda è a chi di noi toccherà la prossima volta. Di fronte a questa realtà si pone un’ulteriore questione: cosa possiamo fare insieme per invertire questa drammatica spirale sociale?
Giada Zandonà
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