«Il cambiamento in atto ci mette davanti a una scelta coraggiosa. È il “dilemma dell’aragosta”: togliere le “corazze”, le strutture rigide, ci rende apparentemente più vulnerabili e fragili. Ma è proprio questa vulnerabilità a generare l’opportunità di cambiare e crescere, come l’aragosta che per crescere deve abbandonare il vecchio carapace». È uno dei temi toccati il 26 settembre scorso a Schio in una serata organizzata dalla Scuola di Formazione Teologica (SFT). Don Stefano Didonè, teologo e direttore dell’Istituto Teologico Interdiocesano di Belluno – Treviso – Vittorio Veneto, ha guidato la serata con un intervento stimolante: “Spiritualità senza religione. La fede dei giovani tra percorsi, domande e inquietudini”.
Il tema è centrale anche per i catechisti e per l’intera comunità cristiana. Come dialogare con una generazione che sembra allontanarsi dalle forme tradizionali, ma non dalla ricerca di senso?
Don Didonè ha messo in luce una profonda metamorfosi in atto: «I giovani di oggi vivono in un mondo accelerato, incerto, dove tutto è “subito” e precario. In questo contesto, l’uomo non è più scontatamente “naturalmente religioso”, come lo intendevamo un tempo, ma si trasforma in un “seeker”, un cercatore spirituale». Siamo di fronte alla generazione “Spiritual but Not Religious” (SBNR): spirituale, sì, ma non del tutto religiosa o istituzionale. Le istituzioni, comprese quelle religiose, rischiano di apparire superflue quando non riescono più a fare da mediatori in un mondo che sembra offrire risposte immediate e individuali. Non è più solo una questione di sociologia o pratica religiosa in declino, ma un cambiamento che va nel profondo: un vero e proprio mutamento antropologico che, appunto, pone davanti a scelte non semplici.
Si è nell’era della mobilità, dove la permanenza è un’illusione, ma l’esserci autentico, la presenza vera, conta infinitamente di più. La sfida per la Chiesa è quella di trasformare questa fragilità in profezia di relazione e di senso: «Non possiamo più permetterci di essere “believers without belonging” (credenti senza appartenenza) o, peggio, di mantenere la vecchia e giudicante distinzione tra “credenti” e “non praticanti”. La fede o è vita, o rischia di essere un’etichetta vuota.
Ci invita ad una catechesi che deve partire non dalla dottrina astratta, ma dal vissuto e dall’esperienza concreta».
Per rispondere a questa nuova fase, Don Didonè ha ripreso la prospettiva del teologo Tomáš Halík (autore del libro “Il pomeriggio del Cristianesimo”), che parla di un passaggio cruciale, un “kairos” per la Chiesa. Halík usa la metafora del pomeriggio (ripresa da Jung) come il tempo della maturità, della consapevolezza e del rinnovamento, in contrasto con la crisi del “mezzogiorno” della modernità. Il nostro cristianesimo, in questo tempo di grazia, è chiamato a essere più una «scuola di fede, di amore e di speranza”, una fede pensata e vissuta nell’esperienza».
Secondo i relatori il vero compito per gli educatori e catechisti, e in generale per i cristiani, è allora imparare ad educare alle domande. Gesù stesso, ci è stato ricordato, poneva domande: ben 217 nel Vangelo! “Che cosa cercate?”, “La gente chi dice che io sia?”, “Dove abitate?”, “Non avete letto questa Scrittura?”. Gesù è venuto a porre domande che aprono il cuore, proprio come la prima domanda di Dio all’uomo: “Dove sei?”. Dobbiamo riscoprire che, come diceva Sant’Agostino, Dio è “più intimo a me di me stesso” (interior intimo meo), e che la ricerca autentica è un incontro con Lui nel profondo.
Questo ci riporta anche a una riflessione sul tempo. È vero che un tempo la Chiesa ha parlato del “giorno di riposo per Dio”, ma siamo lontani da quel modo di vivere. Oggi, la vera sfida non è l’obbligo, ma trovare un “tempo di qualità per Dio” che è la Liturgia. La Liturgia non è un’imposizione, ma il luogo dell’incontro con Dio della vita e dei viventi, dove corpo e anima, esperienza e dottrina, si fondono.
Purtroppo, ciò che fa da ostacolo sono spesso i confini che noi stessi mettiamo. Una ricerca sui giovani allontanati dalla Chiesa (“Cerco, dunque credo?” di Bichi e Bignardi) ha evidenziato come l’immagine di Chiesa desiderata dai giovani sia quella di una “cena tra amici”: un luogo accogliente, autentico, dove ci si sente liberi di parlare senza essere giudicati. Il giudizio è ciò che allontana, come il rimprovero di Simone a Gesù nel Vangelo.
In conclusione, secondo i relatori, per i cristiani «questo tempo di ricerca giovanile è allora un tempo di grazia. È l’occasione per spogliarci di un cristianesimo “sacrificale” e per abbracciare l’invito a una fede matura, capace di accogliere e accompagnare ogni domanda, trasformando la nostra comunità in quella casa aperta dove la ricerca del cuore può finalmente trovare accoglienza e autentico nutrimento».
Elisa Andreozzi


