«Non si tratta di un semplice divieto, come avvenuto qualche anno fa con il fumo, ma di un divieto che ha un impatto didattico».
Ad affermarlo è Roberta Peloso, dirigente scolastico della scuola di formazione professionale San Gaetano di Vicenza, commentando il divieto di utilizzo dello smartphone esteso da quest’anno agli istituti superiori. «Intanto va detto che il divieto ha una serie di implicazioni pratiche che variano da scuola in scuola e che non è facile prevedere a priori, come l’attività di sorveglianza alla quale gli insegnanti devono prestarsi – prosegue la dirigente -. In classe, però, lo strumento ha una sua utilità. Specie in una scuola come la nostra. Per fare qualche esempio, numerosi alunni sono di origine straniera, molti sono cinesi o nordafricani, arrivati da poco in Italia e che faticano con la lingua. Ecco che le app per le traduzioni simultanee hanno un grande valore e permettono agli studenti di seguire meglio la lezione e di accelerare l’apprendimento della lingua. Ci sono poi degli utilizzi molto concreti in fase di organizzazione degli stage, durante la quale è necessario valutare distanze dalle abitazioni degli studenti alle aziende, mezzi di trasporto, contatti con le aziende stesse che sono gli stessi studenti a raccogliere nei propri smartphone. Infine, c’è un discorso di competenze da sviluppare. Faccio un esempio semplice: abbiamo l’indirizzo alberghiero e spesso gli studenti si dedicano alla realizzazione di un piatto. Quando il lavoro è fatto bene, c’è un desiderio personale a fotografarlo, aiuta a sentirsi gratificati. Ma imparare a fare una foto a un piatto è anche una competenza che le aziende richiedono, utile per pubblicizzare la propria attività sui canali digitali. Insomma, escludere completamente lo smartphone dalla didattica può rivelarsi più problematico del previsto».
Dello stesso parere è Stefania Lippiello, insegnante di fisica al liceo scientifico Da Ponte di Bassano. «Non si può negare che gli studenti abbiano bisogno di un distacco dallo strumento – dice l’insegnante -. Ma per quanto riguarda la mia materia, lo smartphone può disporre di alcune app che lo trasformano in un laboratorio scientifico portatile. Per consentire l’orientamento, tutti gli smartphone sono dotati di un magnetometro che si può utilizzare per misurare l’intensità del campo magnetico. Oppure possono essere utilizzati come accelerometri o per misurare l’intensità della luce. Consentono quindi di raccogliere dati che altrimenti richiederebbero attrezzature di cui le scuole non sempre possono mettere a disposizione di ciascun studente».
Fuori dallo specifico insegnamento della fisica, «gli smartphone in classe possono consentire di raccogliere feedback immediati e stimolare la partecipazione durante la lezione – prosegue Lippiello -. Per un insegnante questo significa verificare in tempo reale se la classe sta capendo la lezione oppure no. Non solo, ci consente di essere più efficaci nella didattica sia a livello individuale che di classe. Personalmente spero che si possano esserci delle deroghe per l’utilizzo dello smartphone nei progetti didattici».
Su questo qualche spiraglio dovrebbe aprirsi, stando all’opinione di Diego Peron, vice preside del liceo scientifico Quadri di Vicenza. «Le indicazioni del ministro sono perentorie, tuttavia stiamo parlando di una circolare e non di un decreto, che le scuole sono chiamate a disciplinare – spiega Peron -. Il regolamento che abbiamo portato in consiglio d’istituto per la discussione propone che sia il consiglio di classe ad approvare l’utilizzo dello smartphone per determinate attività didattiche». Anche secondo Peron «il tema dell’impatto sulla salute dell’utilizzo degli smartphone è importante, ma riguarda tutti i contesti, non solo la scuola. Tuttavia la scuola è un ambiente educativo e formativo nel quale è giusto fare questo tipo di discorsi. Nel concreto il nostro liceo ha acquistato per ogni alunno delle bustine che schermano il segnale dei telefoni. Li potranno tenere nel loro zaino, anche questo è un segno di fiducia verso di loro».
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