Prima di raccontare la sua storia Mohamed B. ha riflettuto a lungo. Si è confrontato con la sua tutrice legale e con Marina Birollo, responsabile con il Marito Giancarlo della casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII che da un anno circa lo ospita. «Se per te va bene, Mohamed, se te la senti di farlo, allora fallo». E così facciamo conoscenza di questo ragazzo che ha recentemente compito 18 anni ma che è partito dal Gambia quando di anni ne aveva appena 15, sbarcato a Lampedusa dopo essere passato per il Senegal, il Mali, l’Algeria e la Tunisia.
È Mohamed che ci prende per mano, lungo un viaggio incredibile e un travaglio che, purtroppo, non è ancora terminato. Mohamed infatti è affetto da una malformazione genetica ai polmoni che gli crea pesanti difficoltà respiratorie. «È per questo che mi sono messo in viaggio, volevo cercare di curarmi – racconta -. Ma non volevo farlo in Gambia, volevo farlo lontano da mia madre, non volevo pesarle. Così sono andato in Senegal. Non avevo idea di venire in Italia, quando sono partito. Ho deciso di farlo dopo un po’ di tempo, ascoltando altre persone e le loro storie». Il racconto di Mohamed fa subito un lungo salto in avanti, geografico e temporale. Dal Senegal ci porta in Algeria: «Avevo trovato un gruppo di persone per attraversare il confine con la Tunisia. Un viaggio in mezzo al deserto, a piedi, difficile anche per chi sta bene… E io ho cominciato a sentirmi male, a fare fatica a respirare, non riuscivo a stare in piedi. Mi hanno lasciato dov’ero. Quando mi sono ripreso sono tornato indietro. Lungo il confine ci sono tante organizzazioni criminali. Ho incontrato un gruppo che mi ha fermato».
Mohamed si interrompe e rimane in silenzio. Posa i gomiti sul tavolo, le mani sulla fronte e rimane così per qualche minuto. Marina lo abbraccia e gli accarezza la testa: «Te la senti di continuare?», chiede. «Sì, me la sento», le risponde Mohamed.
Passa ancora qualche secondo e Mohamed riprende il suo racconto. Con la testa sempre posata sulle mani e gli occhi chiusi. «Quegli uomini mi hanno fermato, mi hanno chiesto se avevo soldi, mi hanno spogliato. Hanno visto che stavo male, così hanno cominciato a dirmi di chiamare mia mamma, di farsi mandare soldi da lei. Io non volevo farlo. Alla fine è arrivato un uomo che mi ha portato via con lui. Mi ha aiutato, mi ha tenuto nascosto quando c’era la polizia perché ero senza documenti. È andato in farmacia a prendermi medicine. Finché non sono tornato verso sud, verso il Niger. Lì c’erano dei gambiani. Uno di loro mi ha accolto in casa, davo una mano come muratore per guadagnare i soldi e attraversare il confine». Mohamed riesce così ad arrivare in Tunisia. «Lì la gente era buona mi aiutava». E per la prima volta dopo mesi, chiama al telefono sua mamma. «Ha tanto pianto, tanto pianto. Ma io non volevo tornare».
Anche in Tunisia però le cose cominciano a non andare bene. Mohamed riprende a stare male e gli viene diagnosticata la tubercolosi. Crescono anche lo proteste contro i migranti irregolari. La comunità di studenti senegalesi dove ha trovato ospitalità gli mette di fronte una scelta: tornare a casa o attraversare il mare. E Mohamed decide di attraversare. Arriva a Lampedusa, viene trasferito in Sicilia e immediatamente ricoverato. Ma la situazione dei polmoni è grave e così il ragazzo viene trasferito a Padova, punto di riferimento nazionale in pneumologia. Si pensa ad un trapianto ma le cose si complicano: Mohamed contrae un’infezione di enterococco che gli ha richiesto un trapianto di valvola aortica.
In attesa che le condizioni migliorino per poter sostenere un trapianto di polmoni, Mohamed, riposa e, per la prima volta, frequenta la scuola in un istituto per stranieri che gli rilascerà il diploma di terza media.
È arrivato in Italia senza saper leggere né scrivere, ma sta facendo progressi e parla italiano molto bene. Certo, l’ambiente aiuta. È da 33 anni che Marina e Giancarlo, suo marito, hanno aperto le porte della loro casa a chi ha bisogno. «Da qui sono passate 130 persone – racconta Marina -. Attualmente siamo in 10, oltre a me, mio marito e ai nostri due figli ci sono Mohamed, una “nonna” di 86 anni e tre ragazzi tra i 15 e i 22 anni».
Terminato il suo racconto Mohamed si rilassa e incrocia le braccia sul petto. Ha lo sguardo di uno che dopo tante peripezie si stupisce di essere ancora vivo.
«A piedi, di notte, nel deserto, ho visto tante persone morte lungo la strada. Tante, buttate lì, così. Ho fatto un viaggio difficile, l’ho fatto grazie al mio coraggio, anche se stavo male e non riuscivo a camminare. Tante persone più forti di me non ce l’hanno fatta. Ho trovato tante gente cattiva, ma anche tante persone che mi hanno aiutato. Se nonostante tutto sono arrivato fino a qui, deve essere proprio per volontà di Dio».
Andrea Frison
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