All’Arena di Verona sabato scorso papa Francesco non ha tenuto un discorso sulla pace, non ha fornito facili ricette e non ha, a ben guardare, neppure richiamato valori o principi assoluti. Com’è nel suo stile, il Papa ha, invece, indicato un metodo e lo ha fatto mettendosi in prima persona in ascolto e dialogando con alcuni uomini e donne che hanno dato voce a tante sofferenze presenti nel mondo, ma soprattutto a quel desiderio di pace che abita il cuore dell’umanità.
Un anelito spesso calpestato dai “grandi” in nome del profitto e del potere, ma anche mortificato dall’indifferenza di molti, più numerosi dei primi, che per non compromettersi o perdere le proprie sicurezze e comodità, pur accorgendosi delle ingiustizie e dei problemi, preferiscono restare in silenzio e far finta di non vedere.
A loro, a quelli che se ne lavano le mani, ha detto il Papa, andrebbe assegnato il Premio Nobel “Ponzio Pilato”. Una categoria a cui molti, sia come singoli che come istituzioni, potrebbero effettivamente oggi essere candidati. Tra loro non figurano però di certo gli oltre 12mila che affollavano l’Arena di Verona e i molti di più, uomini e donne di ogni parte del globo, che (singolarmente o in modo associato) continuano a credere nella possibilità di un mondo più giusto e fraterno e che hanno guardato con speranza a questo grande evento sociale ed ecclesiale.
A tutti costoro, il Papa, in perfetta continuità con i principi espressi all’inizio del suo pontificato nell’Esortazione Evangelii Gaudium, ha indicato, dicevamo, un metodo, semplice ed efficacie. Vuoi costruire la pace? Vuoi essere artigiano di pace? Inizia con l’ascoltare. E così lui, il Papa, che il filosofo francese ultracentenario Edgar Morin ha definito per l’occasione “l’unica coscienza fondamentale dell’umanità di oggi”, sabato scorso ha essenzialmente ascoltato. Ha ascoltato con profonda attenzione e crescente empatia, i racconti e le istanze di una donna afghana, dei senza terra brasiliani, delle nostre mamme no-pfas, dei responsabili di Sant’Egidio e di Pax Christi e, alla fine, quelle di Maoz e Aziz, israeliano il primo, palestinese il secondo, che davanti al Papa hanno parlato abbracciati come fratelli e da lui sono stati poi accolti in un lungo e commosso abbraccio a tre che è valso più di mille parole.
Dentro all’Arena è accaduto quello che fuori sembra quasi impossibile. Non solo dove la guerra si combatte, ma anche dove ci si divide in folli partigianerie che allontanano sempre più gli esseri umani gli uni dagli altri, pervertendo nuovi ideali in vecchie ideologie. E questo abbraccio impossibile è accaduto alla vigilia di Pentecoste: “Erano tutti insieme nello stesso luogo…”. Esattamente come il Venerdì Santo di due anni fa, quando in un’altra arena, il Colosseo di Roma, due donne, una russa e una ucraina, portarono insieme la croce durante una stazione della Via Crucis.
È questo il modo tutto paradossale di vivere che il Vangelo insegna, quell’amore libero e gratuito (agape) che lo Spirito rende possibile e che il mondo, ancora “sotto il sole di satana” (per citare Bernanos), fatica invece a capire e ad accettare, preferendo che i nemici restino tali, che le guerre continuino, che vi siano per forza un vincitore e un vinto. Ma è l’amore di Cristo che ha vinto il mondo! Ed ecco allora che i testimoni di pace alla fine dell’incontro si sono alzati in piedi per dire che questa Arena di Pace non è stata un evento fine a sé stesso e neppure solo un punto di arrivo, ma voleva essere un inizio, l’inizio di un impegno nuovo per cambiare le cose, in cui nessuno di buona volontà abbia più a sentirsi solo, neppure il Papa.
Alessio Graziani


