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Fenomeno Hikikomori. Quando la stanza diventa il proprio mondo

3 Aprile 2024
in Italia
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Fenomeno Hikikomori. Quando la stanza diventa il proprio mondo

«Tra i 100 e i 200mila ragazzi coinvolti in Italia, mezzo milione di persone se si considerano le famiglie. Se ne parla troppo poco, anzi, non se ne parla proprio, sottovalutando il problema». Marco Crepaldi, psicologo, presidente e fondatore dell’associazione Hikikomori Italia, snocciola numeri preoccupanti. Racconta del fenomeno Hikikomori, una vera a propria sindrome, che sta aumentando anche nel nostro Paese: ragazzi, la maggior parte adolescenti tra i 13 e i 17 anni, che decidono di vivere isolati. Ansia, paura, insicurezza, fragilità, le cause principali. La fatica insopportabile di affrontare un mondo che non è così amichevole, meglio crearsene uno proprio. La camera da letto, ad esempio, zona di conforto, in cui si può controllare e prevedere quasi tutto, senza sorprese e carichi eccesivi, troppo difficili da gestire. Se ne stanno lì sempre, molte ore incollati al computer, gradualmente lasciano le attività extrascolastiche, la scuola, gli amici fino a perdere ogni contatto reale con il mondo esterno.

Il fenomeno Hikikomori nasce in Giappone molto prima del Covid, prima dell’invasione delle nuove tecnologie, prima di internet. Significa “Isolamento”. Nel Paese del Sol Levante i ragazzi coinvolti sono un milione e mezzo. Se n’è parlato la scorsa settimana nel convegno “Giovani e ritiro sociale. Dialoghi, strumenti e risorse nel territorio”, organizzato dal Villaggio Sos di Vicenza (all’interno del progetto socio-educativo “Torno a scuola” rivolto a bambini e ragazzi del Comune di Vicenza frequentanti le scuole di ogni ordine e grado del territorio e che ha come obiettivo la prevenzione della dispersione scolastica), in collaborazione con il Comune di Vicenza e il Provveditorato agli studi berico. Perché sì, il fenomeno è presente anche nel nostro territorio.

«Parlare di isolamento non è corretto – spiega Crepaldo -, bisogna invece parlare di ritiro, perché c’è una componente volontaria, elaborata da anni. La maggior parte di questi ragazzi non vuole essere aiutata. Pensate ad un ragazzo di 15 anni che se ne sta sempre davanti al computer e non vuole comunicare con nessuno». «Non parliamo di persone introverse che amano stare sole, ma di giovani che decidono volontariamente di uscire dal mondo per periodi prolungati, anche di 5-10 anni» specifica Crepaldi. La maggior parte sono adolescenti maschi che non vogliono e non riescono a diventare indipendenti. Si parla infatti di «un’adolescenza senza fine» continua lo psicologo. «La maggior parte provengono da famiglie benestanti – spiega l’esperto -, vivono l’ansia delle aspettative dei genitori. Riceviamo una cinquantina di richieste al mese e non riusciamo a seguire tutti. Dal mio osservatorio ho notato che spesso il padre non è presente, manca quindi l’empatia con la figura maschile. La madre è ansiosa e ha un profilo iperprotettivo. Gli Hikikomori pensano che i genitori li amino solo se riescono a performare ad un determinato livello. Sono molto sensibili. Hanno l’ansia del voto, del giudizio, di trovare la ragazza giusta. Hanno disistima di se stessi».

L’associazione Hikikomori Italia è nata per offrire supporto alle famiglie. Lavora con i casi più gravi, con gli adolescenti che hanno già lasciato la scuola e non hanno alcuna intenzione di tornarci, compito non facile. Per questo è importantissimo lavorare sulla prevenzione.«È necessario vedere, intercettare, saper cogliere per tempo i segnali che possono indurci a pensare che possa esserci un problema, una difficoltà, un disagio» dice Marta Trecco, direttrice del Villaggio Sos di Vicenza.

«Il concetto chiave è “fare squadra” seriamente – afferma l’assessore al sociale del Comune di Vicenza Matteo Tosetto -. Il Comune di Vicenza è ente capofila dell’Ambito territoriale sociale in tema di inclusione e coesione che coinvolge 36 Comuni. Le famiglie non devono essere lasciate sole, devono poter trovare alleati nella scuola, nell’associazionismo, negli operatori sul campo e nelle istituzioni».

La dispersione scolastica e il ritiro sociale sono fenomeni antichi, ma il Covid ci ha messo un carico da 90. «Sono padre di un ragazzo di 15 anni – racconta Tosetto – e dopo il lockdown alcune difficoltà si sono accentuate anche per noi, pur essendo una famiglia presente. Il problema è far uscire di casa questi ragazzi, i dati sono allarmanti».

È facile passare da un caso che non sembra preoccupante ad uno serio. «Di solito succede nel passaggio dalla primaria alle medie, dalle medie alle superiori perché la scuola e i compagni cambiano, bisogna costuire nuovi equilibri e non è così scontato – spiega ancora Crepaldi -. Gli Hikikomori hanno difficoltà ad adattarsi alla scuola, alla società al mondo degli adulti. Pensano di stare bene e di essere dalla parte giusta. Pensano che sia la società ad essere malata». Per certi aspetti, come dar loro torto?
Le difficoltà sono legate alle competenze relazionali, alla gestione delle emozioni, hanno atteggiamenti anticonformisti con alto funzionamento cognitivo. Pur non essendoci studi pecisi, ci sono casi che rientrano nello spettro dell’autismo ad alto funzionamento.

«I casi estremi rifiutano i genitori, dormono di giorno ed escono dalla stanza di notte per mangiare e non incontrare i parenti – spiega Crepaldi. I casi più gravi sfociano in violenza verbale e fisica soprattutto nei confronti della madre che bussa alla porta, insiste nel cercare un contatto, una relazione».

Nel territorio vicentino gli Hikikomori ci sono, ma non è possibile avere una stima. Varie associazioni se ne occupano. «Negli ultimi anni le richieste di aiuto da parte delle famiglie sono aumentate – racconta lo psicologo Tommaso Urbani che segue il “progetto hikikomori” nello studio Woli di Vicenza -. Gli hikikomori non vivono la loro situazione come un problema. Hanno bisogno di essere supportati, motivati. È necessario lavorare di prevenzione, se non vogliono più vedere nessuno è tardi ed è difficile aiutarli».

Nei casi già in fase avanzata bisogna lavorare con educatori domiciliari. «Le difficoltà che incontriamo nel nostro lavoro sono notevoli, tra queste la ricerca di tutor domiciliari adeguatamente formati e la disponibilità di operatori nelle diverse aree geografiche del vicentino. Con le risorse attuali possiamo prendere in carico un numero limitato di ragazzi». «Il primo obiettivo non è il rientro a scuola, ma creare buone relazioni in casa. Il ruolo della scuola è importantissimo. Servono antenne alzate da parte di tutta la comunità», conclude Urbani.

Marta Randon

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