Inizia la Settimana Santa, il cuore della fede cristiana dove Gesù Cristo, con la sua risurrezione, ha sconfitto per sempre la morte e ci ha indicato la vera Speranza che trionfa. Ma cosa significa risurrezione in questo tempo così segnato da morti e violenza? Cosa vuol dire alimentare la speranza anche laddove sembra irrimediabilmente soccombere? Lo abbiamo chiesto ad Anna Pozzi, giornalista e scrittrice, impegnata da anni in percorsi di sensibilizzazione contro la tratta. Il Triduo Pasquale ci fa vivere la passione e morte di Cristo in croce.
Chi sono i crocifissi di questo ventunesimo secolo?
«Sono le tante persone innocenti vittime di troppe guerre ingiuste, insensate, disumane. Come quella dell’Ucraina, che oggi suscita così tanto dolore e sgomento. Ma non solo. Ci sono centinaia di conflitti nel mondo, oscurati, dimenticati, di cui nessuno parla, ma dove la gente continua a morire. Ingiustamente. Vittime non solo dei conflitti, ma di un sistema che si arricchisce con la morte e non celebra la vita». Nella crocifissione di Gesù, Dio, l’Onnipotente, ha scelto ciò che è più debole. Con quale atteggiamento ci si dovrebbe porre di fronte ad esso? «Non aver paura della debolezza, ma accoglierla e accompagnarla. Farci carico delle fragilità e delle vulnerabilità nostre e altrui. Imparare ad amarci, ad amare e a lasciarci amare anche nella piccolezza. Accettare il limite come possibilità di aprirci agli altri e a un Altro più grande di noi».
La Pasqua è la festa della liberazione dalla schiavitù. Lei si occupa da tempo di prostituzione. Ha intuito che “sapore” ha la liberazione per le donne che riescono a lasciare il marciapiede?
«Nel nostro Paese, migliaia di donne sono vittime di tratta e ridotte in schiavitù per lo sfruttamento sessuale. È un crimine gravissimo e una gravissima violazione dei diritti umani. Ma la loro liberazione è anche la nostra liberazione. La schiavitù non è solo di chi la subisce, ma anche di chi la impone o di chi – come la maggior parte di noi – la tollera o è indifferente. La liberazione di queste donne significa spezzare le catene dello sfruttamento e della paura, ma anche del nostro pregiudizio o della nostra ipocrisia. Perché la schiavitù di queste donne non è provocata solo da chi le sfrutta, ma anche da chi le usa, ovvero dai milioni di clienti che acquistano ogni giorno sesso a pagamento, abusando di chi è già in una condizione di privazione della dignità e libertà».
La risurrezione è il trionfo della vita sulla morte, l’annuncio della Speranza per eccellenza. Stiamo uscendo, speriamo, da due anni di pandemia che hanno messo a dura prova le nostre comunità. Come si fa a distinguere ciò che è speranza da ciò che è illusione?
«Abbiamo vissuto un tempo difficile e continuiamo a sentirci affaticati da tante fragilità. Che però non devono sopraffarci. Il tema della cura credo sia centrale in questo nostro tempo di passaggio: cura delle ferite del cuore, dell’animo, più ancora che di quelle della malattia, che forse ci stiamo lasciando alle spalle. Nella cura c’è anche una dimensione di dono e di futuro, e dunque di speranza. Che non è mera illusione, ma possibilità concreta e responsabile di riannodare fili spezzati».
Ad accompagnare Gesù nella salita al Golgota c’è Simone di Cirene. Chi le ricorda il Cireneo oggi? Che caratteristiche deve avere?
«Mi ricorda le tante persone comuni che continuano spesso silenziosamente, ma anche instancabilmente, a stare accanto ai più deboli e vulnerabili, a chi subisce ingiustizie o non conta nulla agli occhi di nessuno. E a portare le croci degli altri. Sono tanti, tantissimi. Ma spesso non hanno voce o rimangono nel nascondimento. Eppure rappresentano la parte più bella e sana del nostro Paese, perché con i loro gesti spesso semplici ma fedeli di vicinanza e solidarietà agli ultimi, ci ricordano di mettere sempre al centro le cose e i valori che contano davvero. E soprattutto le persone. Bisognerebbe raccontare di più questi nuovi “Cirenei”. Perché i loro gesti di bene diventino “contagiosi”».
Papa Francesco sarà in Africa la prossima estate. Può esserci risurrezione per questo continente violentato e sofferente?
«Certamente! Credo molto nelle straordinarie risorse umane dell’Africa. L’Africa è un grande serbatoio di energia. Anche per il cristianesimo. Dovremmo però smettere di saccheggiarla da tutti i punti di vista. Purtroppo l’irresponsabilità di molti e la brama di potere e di ricchezze di qualcuno hanno continuato a ferire molte regioni di questo continente, a seminare guerre e odio, sofferenza e desolazione. E tra i Paesi più funestasti da conflitti e violenze, nella totale oscurità mediatica, ci sono proprio la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan, dove si recherà papa Francesco all’inizio di luglio. Come già in passato, quando aveva deciso, contro il parere di molti, di aprire la Porta santa dell’Anno della Misericordia in una delle terre più pericolose e devastate del continente, la Repubblica Centrafricana, ora papa Francesco fa di nuovo una scelta coraggiosa e dirompente: mette al centro i popoli feriti e restituisce loro un nuovo protagonismo. È un grande gesto di vicinanza e di fiducia perché possano presto risollevarsi e, finalmente, “risorgere”».
Ci avviciniamo alla Pasqua e in Ucraina si continua a morire a causa di una guerra assurda. Come è può concretizzarsi la speranza pasquale per quelle persone?
«Questa guerra crudele e insensata, come ogni guerra, rappresenta una sconfitta per tutti», ha detto il Papa. Io sono profondamente d’accordo con questo messaggio. Interpella ciascuno di noi e non solo i sedicenti “grandi” della terra. Credo che siamo chiamati a rinnovare tutti l’opera indispensabile di perdono e misericordia, per “sanare” il passato, ma anche come possibilità di futuro, come slancio verso un orizzonte nuovo che non si costruisce con le armi, ma con percorsi di pacificazione, di guarigione della memoria e di riconciliazione. In questo può concretizzarsi anche la speranza della Pasqua. Per il popolo dell’Ucraina e non solo».

