In diocesi sono diverse le proposte di percorsi formativi per coppie di fidanzati: dai corsi di Villa San Carlo (nella foto grande un gruppo di fidanzati prima della pandemia ndr), alle proposte di Casa Mamre a Bassano, ai week end di realtà associative quali l’Azione cattolica, ai corsi di 7-8 incontri realizzati da vicariati o unità pastorali, alle proposte di Incontro matrimoniale. Riferimento fondamentale per ripensare queste proposte è stata l’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia. A partire da questa l’Ufficio diocesano per la pastorale del Matrimonio e della Famiglia tre anni fa ha realizzato il sussidio “Dio abita il nostro amore” in cui si evidenzia – come scrive il Vescovo Beniamino nella presentazione – l’importanza di “una pastorale missionaria (“in uscita”) e creativa, non ripetitiva (“si è sempre fatto così”).
Per cogliere il significato di queste proposte e le prospettive che aprono abbiamo incontrato Edi ed Enrico Casarotto, una delle coppie della Commissione matrimonio e famiglia e dell’ambito dei nubendi. Sposati da 17 anni, due figli, Edi ed Enrico sono anche impegnati nella parrocchia del Cuore Immacolato di Maria di Vicenza, in un corso per fidanzati.

«Oggi la coppia di fidanzati tipica che partecipa a queste proposte – spiega Enrico – ha in media trent’anni, è quasi sempre convivente da almeno due-tre anni (ci sono anche coppie che convivono da 15 anni) e qualcuna ha anche figli». Le ragioni per cui decidono di partecipare si possono ritrovare – sottolinea Edi – nel desiderio «di capire la qualità del loro amore, di mettersi in discussione circa il matrimonio come una possibile prospettiva. Molte coppie hanno già la data di matrimonio fissata. Hanno quindi maturato da soli la scelta di sposarsi. Vengono un po’ per verificarsi e un po’ perché costretti dai parroci che li sposano».
«Qualcuno – riconosce Enrico – viene con questa motivazione, ma finisce il percorso contento e sorpreso di quanto ha scoperto. Chi partecipa sente di essere coppia, sente l’amore e sente di volerlo consolidare, chiedendosi anche se Dio c’entra qualcosa con la propria relazione».
Il filo rosso che accompagna il percorso è la vocazione: «L’obiettivo – spiega Edi – è far sentire che oltre al loro volersi bene c’è Qualcun altro che li ama e ama il loro amore e che, con il sacramento, gli dà poi la forza e la grazia del Spirito all’interno della loro unione. È in questo senso un cammino di fede personale e di coppia».
«I giovani – aggiunge – arrivano da strade diverse, in modi diversi. Chi partecipa ha già fatto parecchi chilometri dal punto di vista umano e ha esperienze importanti alle spalle, ma magari non ha una continuità di cammino dal punto di vista della fede. Chi sceglie questa esperienza ha un’intuizione, che durante il corso viene riconosciuta come “vocazione”: c’è stata una chiamata. Noi li aiutiamo a leggere nella loro storia le tracce di Dio».
«Di solito – aggiunge Enrico – nel percorso si entusiasmano e scoprono una Chiesa più accogliente e non si sentono giudicati. Anche i relatori, spesso, scoprono una realtà che non è quella che si aspettano».
In tutto questo c’è però un punto dolente: «I percorsi finiscono – osserva Edi -. I ragazzi si sposano e l’obiettivo di poterli accompagnare anche dopo il matrimonio si infrange contro la mancanza di forze. Anche per questo sarebbe necessario investire di più nell’accompagnamento delle coppie».
Nell’incontrare molti fidanzati secondo lo stile indicato dall’Amoris Laetitiae di papa Francesco la parola d’ordine è accoglienza al di là della situazione in cui la coppia si trova. Oggi poi «nel pieno del cammino sinodale c’è un’ulteriore sfida: incontrare anche la parte di coppie che non riusciamo ad avvicinare perché invisibili. Sarebbe molto interessante. Questo ci manca».


