Le immagini delle vetrine infrante, dei saccheggi e degli atti vandalici che hanno segnato le recenti manifestazioni a Milano hanno finito per oscurare le ragioni di migliaia di studenti scesi in piazza per denunciare il caro vita, le disuguaglianze sociali e le difficoltà delle nuove generazioni.
Mentre le indagini fanno emergere il coinvolgimento di gruppi di giovanissimi estranei alle rivendicazioni dei manifestanti, il dibattito si concentra sulle cause di una violenza che coinvolge anche adolescenti e preadolescenti. Come leggere questi fenomeni? Quali segnali di disagio rivelano? E quale risposta sono chiamati a offrire famiglie, scuola, istituzioni e comunità educanti?
Ne abbiamo parlato con don Riccardo Pincerato, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile (Snpg), che invita a distinguere tra protesta e vandalismo, senza rinunciare a interrogarsi sulle domande che il mondo adulto potrebbe non aver saputo ascoltare.
Le manifestazioni di Milano hanno mostrato una netta differenza tra migliaia di studenti scesi in piazza per esprimere un disagio sociale e gruppi di giovanissimi protagonisti di vandalismi, saccheggi e devastazioni. Che lettura dà di questo fenomeno?
«La prima cosa da fare è distinguere. Spesso, di fronte alla complessità, si tende a semplificare e a mettere tutto sullo stesso piano. Invece è fondamentale separare chi esercita una forma di partecipazione, magari anche radicale, da chi distrugge. Scioperare, manifestare, occupare una scuola sono modalità con cui i giovani esprimono una posizione e partecipano al dibattito pubblico. Può piacere oppure no, ma rientra nella vita democratica. Altra cosa sono il vandalismo, i saccheggi, le aggressioni alle vetrine o ai beni pubblici. Quella è violenza e va chiamata con il suo nome. Detto questo, la condanna non può esaurire la riflessione. La violenza resta violenza, ma dobbiamo anche chiederci come mai un ragazzo di 14, 16 o 18 anni arrivi a considerarla uno strumento efficace per essere visto o ascoltato. Quali domande non abbiamo saputo intercettare? Quali segnali abbiamo lasciato cadere?»

Si tratta di povertà educativa, crisi delle relazioni o di qualcosa di ancora più profondo?
«Probabilmente di tutte queste cose insieme. Mi ha colpito che le istituzioni abbiano sottolineato la necessità di comprendere e approfondire il fenomeno. Ci troviamo di fronte a gruppi che sembrano aggregarsi in forme nuove, spesso senza organizzazioni strutturate alle spalle, ma attraverso messaggi, video e contenuti che circolano sui social. Questo richiama il tema della responsabilità condivisa. Da anni parliamo di comunità educante. Oggi vediamo quanto sia necessario che scuola, famiglia, enti locali, associazioni, terzo settore e parrocchie tornino a dialogare tra loro».
E i social network?
«Non credo siano i responsabili di tutto. La rabbia non nasce lì. Semmai i social la amplificano e la mettono in circolo. La vera domanda è un’altra: come mai quella rabbia non è stata intercettata prima? Come possiamo abitare questi luoghi e impedire che diventino il detonatore di comportamenti distruttivi?»
Dal suo osservatorio di pastorale giovanile, questi episodi sono stati una sorpresa oppure c’erano segnali che lasciavano intuire il problema?
«Noi abbiamo il privilegio di incontrare tanti ragazzi che si impegnano, si mettono in discussione e cercano una strada. Allo stesso tempo, questi fatti interrogano profondamente le comunità cristiane. Incontro molti operatori pastorali che si chiedono cosa si possa fare di più. La risposta che emerge con maggiore frequenza è che forse non serve aggiungere un’attività, ma costruire alleanze. Perché, accanto ai ragazzi che vandalizzano, ci sono tantissimi giovani che studiano, fanno volontariato, si impegnano in politica, dedicano tempo agli altri, cercano nella fede risposte alle proprie domande e lavorano per il bene comune. Forse il punto è proprio questo: non esiste «il giovane», esistono «i giovani». Sarebbe un errore raccontare un’intera generazione attraverso le azioni di una minoranza, per quanto rumorosa e visibile.
In che modo la Chiesa può aiutare a trasformare rabbia e disagio in partecipazione e cittadinanza attiva?
«Gli oratori, i gruppi giovanili e tante realtà ecclesiali rappresentano laboratori di cittadinanza. Sono luoghi nei quali si impara a stare insieme, ad assumersi responsabilità, a confrontarsi e a fare esperienza di comunità. La Chiesa può offrire ciò che le è proprio: la bellezza del Vangelo e l’educazione a una vita buona. Dove ci sono comunità consapevoli e preparate, questo accade già. Dove invece mancano strutture o risorse, è indispensabile costruire reti e collaborazioni. Dobbiamo superare la logica dei confini e comprendere che il bene dei ragazzi è una responsabilità di tutti. Nessuno può pensare di affrontare da solo una sfida educativa di queste dimensioni».
Di fronte a questi episodi c’è chi invoca più repressione e chi invece punta tutto sull’educazione e sull’inclusione. Sono approcci alternativi?
«Io parlerei di equilibrio. Lo Stato ha il dovere di far rispettare le regole e quindi anche di esercitare la propria funzione sanzionatoria. Non possiamo ignorarlo. Allo stesso tempo, però, servono investimenti nella famiglia, nella scuola, nella cultura e nei percorsi educativi. Le due dimensioni non sono alternative. Quello che mi preme sottolineare è che né la punizione fine a se stessa né il buonismo rappresentano una risposta. Ogni intervento, educativo o sanzionatorio, dovrebbe avere come obiettivo la crescita della persona. Quando un ragazzo sbaglia è giusto che si assuma le proprie responsabilità. Ma è altrettanto necessario domandarsi che cosa fare perché certi fatti non si ripetano. Occorre ascoltare, comprendere e accompagnare, senza mai giustificare la violenza. La vera sfida è costruire un sistema capace di coinvolgere famiglie, scuole, comunità cristiane, istituzioni e società civile. Perché il futuro di questi ragazzi riguarda tutti noi. E perché quei giovani che oggi vediamo nelle piazze saranno gli adulti di domani».
Daniele Rocchi, Sir
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