Venerdì scorso al Teatro Astra di Vicenza Romina Gobbo ci ha regalato uno spettacolo intenso ed emozionante. Un monologo coinvolgente e drammatico, non privo a sprazzi di ironia, magistralmente interpretato dall’attrice Silvia Budri con l’accompagnamento musicale di Elisa Malatesti, presentato per la prima volta a Vicenza nell’ambito dell’Ottobre Rosa, mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno. Già perché sono passati due anni da quando anche Romina, in una calda estate, è stata raggiunta dalla diagnosi che in un attimo le ha cambiato la vita: “Carcinoma alla mammella”. Cancro. E ora ha deciso di raccontare ciò che ha dovuto attraversare, lei, viaggiatrice e reporter nei posti più poveri e pericolosi della terra, ma impreparata, come tutti, a questo viaggio nel proprio dolore.
“Sentivo la dottoressa che mi parlava, ma non capivo esattamente cosa mi stava dicendo e se davvero stesse parlando con me”. Inizia così quello che più che un monologo è un’immersione in apnea nel vissuto emotivo di una donna che si trova ad affrontare la trafila di esami invasivi e dolorosi, di attese snervanti e infine dell’intervento chirurgico, unica strada per non morire.
Romina racconta di essere stata sempre supportata, oltre che da medici preparati, dall’affetto e dalla presenza di tante amiche. Ma non nasconde quel senso di solitudine radicale che inevitabilmente accompagna ogni persona che si trova a fare i conti con la realtà della propria malattia: “Alla fine, sul lettuccio dell’ambulatorio, mentre quell’ago per la biopsia scava dentro di te, sei sola, sola con una parte di te che ti sta distruggendo”. E chi non ci è passato, difficilmente può capirlo. Un senso di solitudine che il monologo teatrale riesce a trasmettere collocando l’autrice in un angolo della scena, silenziosamente intenta a scrivere sotto un cono di luce che rompe l’oscurità, mentre l’attrice dà voce a quelle stesse sue parole, enfatizzate dal suono dell’arpa e di altri originali strumenti musicali. Romina ha scelto di raccontare la sua storia e di farlo non con il taccuino del cronista o nell’intimismo di un diario, ma con la forza catartica del teatro, in una sorta di laica confessione che non addolcisce nulla, ma che può diventare motivo di speranza per tante altre donne.
Sono 55 mila ogni anno (numeri in aumento ed età media che si abbassa) quelle che ricevono una diagnosi di tumore al seno, ma tra loro sono quasi il 90 % quelle che, curate per tempo, guariscono dalla malattia. “Ma, vi prego: non chiamateci guerriere”, implora quasi con rabbia Romina ad un certo punto del monologo. È ora di finirla con questo lessico bellicista che trasforma la malattia in una guerra da vincere e sfianca ancora di più il malato trasformato in un soldato. Vengono in mente le parole del testamento spirituale di Sammy Basso: “Molti diranno che ho perso la mia battaglia contro la malattia. Non ascoltate! Non c’è mai stata nessuna battaglia da combattere, c’è solo stata una vita da abbracciare per com’era, con le sue difficoltà, ma pur sempre splendida, pur sempre fantastica, né premio, né condanna, semplicemente un dono che mi è stato dato da Dio”.
E ci viene da pensare anche a papa Leone che, con il suo stile disarmato e disarmante, ha annunciato anche lui al mondo, al termine dell’Angelus di due domeniche fa, di avere un tumore maligno al polmone. Lo abbiamo seguito nei giorni successivi con affetto e apprensione e ora, dopo il riuscito intervento, continuiamo a pregare per lui, e lo sentiamo ancora più vicino nella sua umanità fragile e bella. Anche la sua testimonianza, come quella di Romina, aiuterà tanti malati oncologici a sentirsi meno soli e a non perdere la speranza.
Siamo ancora vivi, e non è poco. Non dovremo mai dimenticarcelo.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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