Giovanni Tamburi è morto a 16 anni il 31 dicembre dello scorso anno. È uno dei 41 ragazzi che hanno perso la vita nel rogo di Crans-Montana, esclusiva località di villeggiatura del Canton Vallese. Come la quasi totalità dei giovani presenti alla festa di capodanno al Constellation, apparteneva ad una famiglia benestante, che lo amava profondamente e non gli aveva fatto mancare alcuna possibilità. Giovanni viveva a Bologna, frequentava con profitto il liceo scientifico, andava in palestra, giocava a calcio e a golf. Aveva una grande passione per le moto, tanti amici, una ragazza che da qualche tempo gli faceva battere forte il cuore. Era un ragazzo fortunato e, come si ama dire oggi, “solare”. Tutto pronosticava per lui un avvenire radioso, fino a quella tragica notte in cui un locale alla moda si è trasformato in una trappola senza uscita.
Ma Giovanni aveva un segreto, emerso casualmente solo parecchie settimane dopo la sua morte. «Alla notizia di quanto accaduto a mio figlio – ha raccontato il padre Giuseppe – un giovane senza fissa dimora che era solito fermarsi sempre con il suo cane in una via del centro di Bologna si è messo a piangere davanti ad una nostra amica di famiglia. Abbiamo così scoperto che Giovanni andava spesso a far compagnia a lui e ad altri senzatetto della città, in particolare a quelli che si trovavano nei pressi della parrocchia dell’Annunziata. A me diceva, come al solito, che usciva a fare un giro in moto con gli amici e invece andava a chiacchierare con queste persone, portava loro un sorriso e un aiuto concreto: un po’ di cibo, dei vestiti, qualcosa di caldo. Con il ragazzo che si è messo a piangere aveva stretto quasi un legame di amicizia».
A Bologna, come in tutte le grandi città, l’opinione pubblica sui clochard si divide: da un lato c’è chi alza la voce e vorrebbe allontanarli per motivi di decoro e sicurezza e dall’altro chi li guarda con compassione e cerca di aiutarli. Giovanni, aveva evidentemente scelto da che parte stare, senza proclami, donando loro, di nascosto, quasi con pudore, amicizia e aiuto. Davanti a questo ragazzo di buona famiglia che si accorge dei poveri della sua città, quelli che vede andando a scuola o girando in centro con gli amici, viene spontaneo pensare a due giovani recentemente canonizzati dalla Chiesa: Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati. Anche loro figli di imprenditori, a Milano e a Torino, erano amici dei poveri. Anche per loro i poveri piansero ai rispettivi funerali. Non sappiamo perché Giovanni lo facesse, se oltre che dall’empatia fosse mosso anche dalla fede. Ma questo poco importa. Stando a Matteo 25 il giudizio sarà sull’amore, non sulla fede. Certamente la fede ha sostenuto i genitori di Giovanni che ai funerali del figlio, celebrati nella cattedrale di Bologna, tra le lacrime hanno parlato di Cielo, di una vita che va oltre la morte, di luce, di sorrisi e di angeli.
Il padre di Giovanni, l’imprenditore Giuseppe Tamburi, ha deciso di far costruire in memoria del figlio un villaggio per le persone più fragili che vivono per strada a Bologna. Piccole case accoglienti, aperte anche agli animali dei senza fissa dimora, monitorate dalla presenza di educatori professionali in sinergia con i servizi sociali del comune di Bologna. Un terreno era già stato individuato, ma come al solito un comitato di residenti ha subito alzato le barricate (bello, ma non vicino a casa mia!) e purtroppo la scorsa settimana è riuscito a bloccare il progetto. Per ora. Giuseppe Tamburi ancora una volta ha reagito con grande dignità e non si arrende. Il villaggio per gli amici speciali di suo figlio si farà in un’altra zona di Bologna. Ma certamente si farà. Perché il segreto e il sorriso di Giovanni sono infinitamente più grandi, belli, vivi e forti delle paure e dell’egoismo di tanti adulti.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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