Dopo quasi un decennio di esposizione al Museo del Gioiello, ospitato negli ambienti della Basilica Palladiana, il celebre corredo devozionale della Beata Vergine – offerto come ex voto il 25 agosto 1900 – torna a risplendere in modo permanente a Monte Berico.
Martedì 8 settembre p.v. si terrà la benedizione solenne, alla presenza del Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, del Vescovo di Vicenza, monsignor Giuliano Brugnotto, e del Priore generale dei Servi di Maria, padre Sergio Ziliani. In seguito, dalle ore 15.00 alle 18.00, la cittadinanza potrà accedere al luogo espositivo per contemplare da vicino questa straordinaria testimonianza del legame tra il popolo vicentino e il suo Santuario.
Nell’ambito delle iniziative legate all’Anno Giubilare Mariano 1426-2026, con cui si celebra il sesto centenario della prima apparizione della Madonna a Monte Berico, la Provincia Veneta dell’Ordine dei Servi di Maria, custode del Santuario e del suo patrimonio liturgico e culturale, ha promosso – per particolare volontà del suo Priore, padre Giuseppe Maria Corradi –, la realizzazione di un ambiente idoneo ad accogliere tale corredo, all’interno di una cappella conventuale. Lo spazio adeguato alla nuova funzione offre una suggestiva cornice non solo per la preziosità materiale e artistica dei manufatti, ma risalta soprattutto il loro significato simbolico, radicato nella storia della devozione.
I beni in questione sono frutto di un’iniziativa del 1899-1900 che coinvolse ad ampio raggio la popolazione, senza limitarsi alla sola Diocesi di Vicenza. A costituire il comitato promotore furono monsignor Domenico Bortolan, sacerdote diocesano e studioso di storia locale, l’ingegnere Vittorio Saccardo e un frate Servo di Maria di nome Pellegrino Pozzi, al quale sembra risalire la bozza progettuale, maturata attraverso lo studio dell’arte del Quattrocento, periodo in cui nacque la statua mariana, e di alcuni modelli illustri dell’oreficeria sacra della città berica, tra cui il reliquiario della Santa Spina.
Ispirandosi all’esempio del restauro della Basilica romana di San Paolo fuori le mura, finanziato con una raccolta pubblica di offerte che fece scuola a livello nazionale, anche i promotori vicentini si premurarono di mettere in atto una simile questua. Lo scopo era realizzare un’opera che celebrasse la pietà popolare e, al tempo stesso, imprimesse uno slancio nuovo e diverso alla tradizione. Non a caso, con l’incoronazione – compiuta per mano del Patriarca di Venezia Giuseppe Melchiorre Sarto, poi san Pio X – veniva inaugurata una nuova iconografia della “vera effigie”, senza più quel rivestimento tessile che per secoli aveva velato la visione integrale della scultura lapidea della Mater Misericordiae.
Ai benefattori veniva chiesto di offrire un contributo economico, secondo le proprie possibilità, oppure un gioiello di valore familiare, destinato ad aggregarsi come parte integrante nella corona e nel pettorale, per fusione o assemblaggio. C’è pertanto qualcosa di davvero popolare, nel senso più nobile del termine, cioè partecipativo e comunitario, nella realizzazione dei due cimeli o, meglio, nel loro “intreccio”. Il maestro orafo Angelo Marangoni, coadiuvato da alcuni collaboratori, si rese capace di interpretare la volontà di una committenza sfaccettata ma corale, la quale esprimeva la fede e l’ethos di un territorio pronto ad aderire con entusiasmo a una chiamata d’amore verso la Beata Vergine.
Il terzo elemento del corredo sono gli orecchini: la loro storia è precedente e più ordinaria, poiché provengono dal deposito dei doni dell’antica fabbriceria di Monte Berico, dove giunsero forse già nel XVIII secolo. Tra i “pezzi” memorabili confluiti nel serto della Beata Vergine spicca certamente l’anello di Leone XIII. Si narra che il Pontefice lo sfilò istintivamente dal dito per offrire un contributo personale all’incoronazione solenne, rendendosi in tal modo perennemente partecipe di quel gesto votivo.
Nel pettorale, sorta di egida, si nota invece la croce stauroteca del vescovo Pietro Marco Zaguri, discendente di una ricca famiglia veneziana che, con il suo testamento del 1810, lasciò tutti i suoi averi ai poveri della città, destinando però il magnifico encolpio in ametista alla Madre di Misericordia.
L’allestimento è stato curato dagli architetti Gaetano Cecchini e Andrea Moro, con il sostegno delle aziende Costruzioni edili Pozza Matteo e Melloncelli – Tecnologia per l’arte. Nell’arco dell’Anno Giubilare Mariano, ogni prima domenica del mese, dalle ore 8.00 alle 12.00, verrà offerto ai pellegrini e ad altri visitatori un breve accompagnamento a cura del Museo d’arte sacra di Monte Berico, per scoprire la storia di un tesoro intriso di sentimento devozionale.
Agata Keran
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