Riprenderà a breve la scuola, ma non in casa Rai che pensa piuttosto alle vacanze e ai weekend fuoriporta. Un laconico comunicato del servizio pubblico televisivo italiano ha annunciato nei giorni scorsi la decisione di chiudere, con la fine di settembre, il canale didattico dedicato a studenti ed insegnanti. Una rete televisiva scientifica dal taglio divulgativo, nata 35 anni fa e solo per poco ancora fruibile sul canale 57 del digitale terrestre. Allo stesso numero del telecomando, dal primo di ottobre, al posto di Rai Scuola ci sarà infatti “Italiana”, un nuovo canale Rai dedicato h24 – spiegano da Viale Mazzini – “al racconto emotivo e cross-generazionale dell’Italia, capace di attivare emozioni identitarie… con focus su borghi, artigianato, enogastronomia, turismo e folklore”.
L’operazione non è passata certo inosservata, suscitando un acceso dibattito sia nel mondo della scuola e della cultura che in quello politico dove la parola “identitario” ha fatto alzare giustamente le orecchie a più di qualcuno. Alcune petizioni attivate contro la decisione della Rai hanno in pochi giorni raccolto oltre duecentomila firme di insegnanti, ricercatori, studenti e semplici cittadini. La trasformazione di Rai Scuola in Rai Italiana appare, a ben guardare, lo specchio della povertà culturale dei tempi che stiamo vivendo. Innanzitutto per la motivazione addotta, ovvero gli scarsi indici di ascolto del canale. Il servizio pubblico, nato con funzione espressamente pedagogica (ricordate Non è mai troppo tardi del maestro Manzi?), sembra oggi piegarsi a mere logiche di audience e di ricavi pubblicitari, dimenticando che i contenuti culturali, educativi e formativi hanno un valore e un’utilità che vanno oltre il consenso immediato di pubblico che possono riscuotere. Il servizio pubblico, a differenza delle televisioni commerciali, non dovrebbe solo intrattenere, ma anche informare e formare, producendo e diffondendo pazientemente cultura e conoscenza. L’importanza di un canale dedicato interamente alla Scuola e alla divulgazione scientifica si era rimarcato durante la pandemia: con le scuole chiuse, Rai Scuola aveva rafforzato la sua programmazione ed era diventato uno strumento apprezzato da molte famiglie costrette in quei mesi a tenere i figli a casa. I suoi contenuti inoltre per molti anni sono stati un valido supporto nella didattica di moltissimi docenti. Ma, nonostante questo, già da tempo Rai Scuola soffriva per un pesante taglio apportato al suo budget, tanto che dal 2024 il canale si limitava a mettere in onda repliche di programmi già trasmessi o documentari acquistati da reti televisive straniere, vedendo così, come è logico, disaffezionarsi e rarefarsi il proprio pubblico.
La Rai ha risposto alle critiche assicurando che i contenuti prodotti nel tempo da Rai Scuola non andranno dispersi, ma saranno riordinati e messi a disposizione degli spettatori sulle piattaforme digitali di Rai Play. Il problema vero, però, non è “dove” Rai Scuola continuerà a vivere (se in Tv o sul web), ma “quanto” il servizio pubblico è ancora disposto ad investire per continuare a svolgere realmente il proprio compito pedagogico e divulgativo.
“Più che difendere un numero sul telecomando – si legge nell’appello rivolto alla dirigenza della Rai da un folto gruppo di docenti delle superiori e dell’università – chiediamo che sia ricostituita e adeguatamente finanziata in Rai una redazione scientifica, che si potenzi la produzione di contenuti nuovi e originali, che si apra un confronto con la comunità scientifica, con la scuola e con l’università sulla missione formativa del servizio pubblico televisivo italiano”. Perché come italiani, aggiungiamo noi, pensiamo che la nostra identità non sia solo quella di giulivi mangiatori di salsicce a zonzo per i borghi più ameni del nostro pur Bel Paese.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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