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Padre Christian Carlassare offre a Maria le pallottole che lo hanno ferito

di Andrea Frison

A tre mesi esatti dall’attentato di cui è stato vittima in Sud Sudan, padre Christian Carlassare sale alla Madonna dell’Angelo, nella sua Piovene Rocchette, per una preghiera di ringraziamento e di affidamento del ministero che lo attende come vescovo di Rumbek e per offrire alla Regina del Monte Summano le pallottole che nella notte del 25 aprile lo hanno ferito alle gambe costringendolo a rinviare l’ordinazione episcopale e il suo ingresso nella Diocesi sud sudanese.

Domenica 25 luglio alle 10 tutta la comunità religiosa e civile di Piovene scioglie, come ogni anno, il voto alla Vergine. Un gesto simbolico fortissimo che ricorda quello compiuto da papa Giovanni Paolo II a Fatima, dopo l’attentato di Alì Agca, avvenuto esattamente quarant’anni fa. Per l’occasione sarà presente anche il superiore generale dei padri comboniani, padre Tesfaye Tadesse Gebresilasie, etiope. (fonte www.difesapopolo.it)

«In ottobre torno in Sud Sudan»

Padre Christian Carlassare, vescovo di Rumbek, 43 anni, conosce bene il complesso conflitto etnico che attraversa il Sud Sudan, anche se non sembra essere lì la spiegazione dell’attentato che ha subìto lo scorso aprile nel quale è rimasto ferito alle gambe. Rientrato nelle scorse settimane in Italia, il padre comboniano nato residente a Piovene, ha da pochi giorni concluso il periodo di quarantena e lunedì ha visitato il convento delle canossiane di Schio, dove sono conservate le spoglie della Santa sudanese Giuseppina Bakhita.

Padre Christian, come prosegue il recupero dal ferimento?

«Ora riesco a camminare senza stampelle, mi muovo autonomamente anche se non riesco a correre, salire in montagna o sostenere lunghe camminate. Ma è solo questione di esercizio per rafforzare il muscolo».

In un suo articolo pubblicato nel numero di “Nigrizia” di questo mese descrive la situazione della Chiesa in Sud Sudan, dove “il sangue della cultura e dell’etnia rimane più forte e più importante dell’acqua sacra del battesimo”. Lo dico scherzando: è sicuro di voler tornare?

«L’Africa è così, è molto complessa. Quando però noi perdiamo la speranza, lì sono abituati a non abbandonare mai la sfida, hanno sempre la speranza attiva, credono che qualcosa possa cambiare. Non posso fare a meno di essere parte di questa speranza».

Padre Christian a Schio in visita alla comunità delle canossiane.

Il 23 maggio si sarebbe dovuta svolgere la sua consacrazione a Vescovo dopo la nomina avvenuta l’8 marzo. Nella notte tra il 25 e 26 aprile le hanno sparato alle gambe. È stato ricoverato a Nairobi e poi è rientrato in Italia. Oggi la situazione a Rumbek qual è?

«La Diocesi è attualmente retta da un amministratore apostolico che ha il compito di traghettarla fino al mio arrivo e risolvere le problematiche che si sono create dopo l’attentato. Le indagini sono in corso, quando la vicenda si sarà conclusa in tribunale vedremo come procedere. Quanto a me ho deciso di ritornare in Italia proprio perchè tutto questo possa svolgersi nel migliore dei modi. Conto di tornare in Sud Sudan per ottobre. Nel frattempo mi riposerò e in settembre sarò a Roma per incontrare la Segreteria di Stato e Propaganda Fide».

A proposito di Segreteria di Stato, in maggio era previsto il viaggio in Sud Sudan del cardinale Gallagher, che poi avrebbe dovuto presiedere la sua consacrazione. Perché la Chiesa è così coinvolta nei colloqui di pace in Sud Sudan?

«Nella Chiesa c’è sempre un’attenzione per gli ultimi, per le realtà più disperate e le situazioni più difficili come lo sono, in Africa, la Repubblica Centrafricana o la Repubblica Democratica del Congo. Nel caso del Sud Sudan, è stata anche la comunità internazionale a chiedere alla Chiesa di interessarsi al processo di pace perché è l’unica realtà presente in tutte le comunità etniche del Paese, l’unica istituzione credibile e accettata da tutti».

Le indagini, non ancora concluse, sul suo attentato hanno coinvolto autorevoli responsabili della Diocesi. Sarà difficile rimarginare questa ferita?

«Dopo l’attentato ho ricevuto la solidarietà dal Governo, dalle autorità locali, dalla Chiesa e dalla gente. C’è un grande desiderio di cambiamento e la speranza è che questo possa avvenire a partire dalla mia presenza. Come dicevo all’inizio, nonostante quello che è accaduto la speranza c’è e sento di farne parte in qualche modo. C’è bisogno di ripartire dal nostro interno come diocesi, di purificare aspetti non chiari e ricominciare. La gente ha bisogno di questo».

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