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Intervista a Matteo Melchiorre, lo scrittore veneto in corsa per il Booker Prize 2026 con “Il Duca”

«Con il Duca ho voluto rivendicare la contemporaneità dei margini, ho provato a scrivere un libro sul contemporaneo. Questo sostare sui margini, sugli interstizi, è quello che mi interessa provare a fare»

26 Febbraio 2026
in Cultura
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Intervista a Matteo Melchiorre, lo scrittore veneto in corsa per il Booker Prize 2026 con “Il Duca”

A giugno 2022 usciva in libreria per Einaudi “Il Duca”, quinto libro e primo romanzo di Matteo Melchiorre, inserito nella “long list” di 13 libri candidati al prestigioso premio internazionale “Booker Prize” 2026. In questa intervista pubblicata a giugno 2023 Melchiorre, Nato a Feltre nel 1981, storico, direttore della Biblioteca comunale di Castelfranco Veneto, ci parla del suo romanzo.

Matteo, partiamo dal Duca. Parte come un western, poi vira sul gotico italiano alla Pupi Avati, se si vuole cercare un paragone cinematografico. Sono ingredienti che riconosci presenti nel romanzo?

«La mia ignoranza cinematografica è abissale. i nomi che fai li ho presenti, i film li ho visti, ma non ho tanta cinematografia a livello di background dell’immaginario. Non ci sono come ingredienti a livello consapevole ma credo che attingano ad archetipi comuni: l’epica dello scontro tra due individui che si fronteggiano, il duello che coinvolge altre persone è western, ma come il western attinge al mito greco. O ancora, in maniera più diretta, all’antagonismo che ho studiato nei documenti d’archivio: lotte tra fazioni e inimicizie sono molto frequenti. Poi l’aspetto gotico sta nei luoghi che ho descritto. Visitando la mezza montagna in certe stagioni, vedendo certe case, raccogliendo certe storie, viene fuori quello».  

In una tua intervista ho letto che con il Duca volevi raccontare un Veneto che non è Veneto, fuori dal filone “nordestino” che ha caratterizzato tanta letteratura veneta anche recente: Trevisan, Maino, Bugaro, per citare qualcuno. perché questa scelta?

«Muovo da questa posizione geografica che ha sempre voluto essere Veneto, imitandone i modelli di sviluppo, la cultura, la storia benché influenzata dalla presenza germanica, ma che ha delle caratteristiche intrinseche che la allontanano molto. Per questo ho raccontato quel Veneto, che è diverso. C’è una condizione geografica innanzitutto. L’altro elemento è legato a una cognizione diversa. Parise e Trevisan hanno visto il vecchio veneto demolirsi. Parise ha visto l’inizio del crollo e Trevisan la follia degli anni ‘80-90 e 2000, fino al suo apogeo. Per la mia generazione, la demolizione è l’orizzonte dell’infanzia. La casa dei miei ricordi d’infanzia è una casa del Veneto “brutto”. Ora inizia una descrizione del Veneto, tanto più nelle prossime generazioni, in cui si andrà per forza di cose oltre a quella categoria Veneto-nordest-brutto. Io mi unisco a questa categoria però intravedo qualcosa, una riappropriazione di quello che la letteratura precedente ha giustamente, contestato ma buttando via tutto. Acqua sporca e bambino. Per esempio, si parla malissimo delle radici, però il tema c’è, ci sono dei luoghi che ti chiamano, che ti tengono… Possiamo parlarne in chiave non “leghista”? Secondo me sì, in questo senso è Veneto-non-Veneto».

Già Trevisan in “Tristissimi giardini” indica l’esistenza di interstizi in cui fermarsi e aspettare che le storie germoglino, o luoghi come i capannoni vuoti in cui si percepisce che il tempo scorre in maniera diversa. Sei d’accordo?

«Assolutamente. Nella mia vita ho cercato di costruire quegli interstizi lì. Ma non come luoghi da cui guardare il centro o la periferia diffusa. Con il Duca ho voluto rivendicare la contemporaneità dei margini, ho provato a scrivere un libro sul contemporaneo. Questo sostare sui margini, sugli interstizi, è quello che mi interessa provare a fare».

C’è un passaggio fortissimo nel libro che è la tempesta Vaia. Quando ha scritto quella pagina? Perché viene pubblicata due anni dopo la tempesta ma ne parli come uno che l’ha vissuta in prima persona il giorno prima.

«È stato così. Quel giorno non sono andato al lavoro. Dovevo prendere il treno, ma erea uscita l’allerta rossa, le scuole erano chiuse. La me spussava. Sono tornato a Tomo, dai miei, che poi è stato uno degli epicentri. Abbiamo passato una notte infernale. quattro ore continue di vento e pioggia. Quando tutto è finito, alle 23, siamo usciti con le torce. C’era un disastro da non credere, non si vedeva niente, solo alberi caduti. La reazione immediata è stata prendere la motosega e liberare la strada, in caso avessimo avuto bisogno di andarcene. Tornato in casa, a lume di candela, mi sono detto: “adesso ti scrivi gli appunti di quello che hai visto e sentito perché domani ti dimentichi tutto”. Ecco, quella pagina è stata scritta in medias res e ha trovato posto nel romanzo come un momento di taglio netto nella vicenda».

Sul post Vaia hai avuto qualcosa da ridire…

«Recentemente ho scritto del post e dello smaronamento di tutte queste iniziative venute da fuori. Musica, teatro, fotografie, raccolta fondi, turismo della desolazione… Il mondo si ricorda di questi luoghi solo quando ci sono le grandi tragedie: Prima guerra mondiale, Vajont, Vaia. E tutto perché toccavano la corda dei paesaggi mozzafiato delle dolomiti. Ma negli altri giorni dell’anno di questi luoghi non si ricorda nessuno. Di quali sono i limiti di vivere qui, le difficoltà, le fatiche delle nuove generazioni che si confrontano con una cultura dominante che ti dice “vattene” e una nuova cultura emergente che ti dice “rimani che è bello, ci sono i saperi, i sapori, la natura, il mangiare sano…”. Ma di cosa stiamo parlando? È quella dimensione del post-Vaia che mi aveva urtato, quella solidarietà superficiale che, come volevasi dimostrare, è stata un apri e chiudi».

Nel 2015, ad un convegno su Rigoni Stern, hai criticato una certa retorica nel modo di raccontare la montagna.

«È uno dei temi che mi scaldano. Fin da “Requiem per un albero” e poi in “Storie di alberi e della loro terra” ho sempre cercato questa chiave di lettura del dentro e fuori. L’essere fuori da ciò che descrivi ha dei vantaggi. L’essere fuori da ciò che descrivi ha dei vantaggi in termini di sintesi ma non conosci la polpa, la forza del particolare. Essere troppo dentro, però, non ti dà una visione dell’insieme. Una visione che sta dentro e fuori al tempo stesso aiuta ad attraversare quello che descrivi vedendolo da diverse prospettive. L’importante comunque è raccontare quello che vedi e non un’idea di quello che vedi. E soprattutto non un brand o un prodotto. Nel momento in cui i tuoi libri si costruiscono su un brand commerciale è finita. Bisogna avere un’urgenza, qualcosa di vero, di autentico da dire. Prendi Rigoni Stern, per esempio».

Cos’è per te uno scrittore di montagna?
«Uno scrittore di montagna è uno scrittore. Descrive quel mondo, ma questo non richiede una determinata competenza. Meneghello ha scritto pagine bellissime sulla montagna, ma non è uno scrittore di montagna. Semplicemente in quel caso si stava occupando di quello. Tanti hanno individuato il filone, ma vanno dietro all’idea di montagna più che alla realtà. È difficile far capire alla gente l’importanza di liberarsi dalla retorica».

Mettendo insieme i tuoi libri, “Requiem per un albero”, “La banda della superstrada Fenadora-Anzù”, “La via di Schenèr”, si scoprono nomi, luoghi e personaggi che sono la cornice in cui si svolge la vicenda del Duca.

«Il Duca è proprio il riassunto di quei luoghi, delle persone che ho conosciuto, di quelle che non ci sono più… è la continuazione trasposta in un luogo irreale per dargli più universalità. Fuori dal Veneto il libro è stato accolto benissimo. È stato tradotto in francese, in tedesco e in ceco. Quando ne parlavo con l’editore mi diceva: togliti dalla testa che sia un libro di montagna. La montagna è l’ambientazione ma il libro parla dell’umano, del conflitto, dell’odio, della ricerca di sé, del rapporto con il passato».

Dopo il Duca, quale sarà il passo successivo?

«Ho tre-quattro idee, di cui una abbastanza assodata. Devo capire quale mi scalda di più. Le idee vengono, se vanno via dopo un mese non valgono niente. Se dopo un anno, due anni, sono ancora lì, allora vale la pena lavorarci. Il Duca mi aiuta a collegarmi con quello che ho in mente. È stato un esito. Il mio desiderio è descrivere ancora quei luoghi lì, mostrandone la verità intrinseca. Anche se non sono “il centro”, non vuol dire che abbiano meno da dire».

Andrea Frison

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