Papa Francesco ha nominato prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale il card. Michael Czerny, finora prefetto ad interim del medesimo Dicastero. Quindi ha nominato segretario suor Alessandra Smerilli, finora segretario ad interim del medesimo Dicastero. Infine, ha nominato sotto-segretario anche con la responsabilità della Sezione Migranti e Rifugiati e dei Progetti speciali padre Fabio Baggio, finora sotto-segretario della Sezione Migranti e Rifugiati del medesimo Dicastero.

«La Chiesa deve avere sempre le porte aperte»

[dal nostro archivioC’è anche un bassanese fra gli stretti collaboratori di papa Francesco nella gestione delle politiche per i migranti del nuovo Dicastero per lo sviluppo umano integrale. Si chiama padre Fabio Baggio, nato nella città del Grappa 51 anni fa, scalabriniano, inizierà ufficialmente a lavorare a fianco del Santo Padre dal primo gennaio. Un trascorso come direttore del dipartimento per la migrazione dell’Arcidiocesi di Buenos Aires e come consigliere episcopale per le migrazioni del Cile, padre Fabio dal 2013 è preside dello Scalabrini International Migration Institute (Simi) di Roma. Dopo l’annuncio della sua nomina, l’abbiamo raggiunto al telefono per intervistarlo.

Padre Fabio, sottosegretario di papa Francesco nel nuovo Dicastero per quanto riguarda i migranti. Come ha accolto questo incarico?

«La nomina del Santo Padre è stata una vera e propria sorpresa. Non posso non dire che sono immensamente onorato di lavorare per e con Francesco. Cercherò, senza dubbio, di portare il mio contributo soprattutto in base alle esperienze che ho avuto nelle missioni tra Cile, Argentina e Filippine».

Gli scalabriniani hanno fatto proprio l’invito evangelico “Ero straniero e mi avete accolto”. Secondo lei quanto ha influito nella scelta del Pontefice la sua appartenenza alla congregazione del Beato Scalabrini?

«Ufficialmente questo non è mai stato sottolineato dal Papa, ma credo che l’ordine a cui appartengo non abbia un’importanza secondaria. Ha ricevuto la nomina di sottosegretario anche padre Michael Czerny della Compagnia di Gesù, un ordine che da tempo si spende per l’assistenza ai rifugiati. Considerando ciò, ritengo sia naturale pensare a un collegamento tra la nostra “formazione” e l’incarico che ci è stato affidato».

Lei e padre Czerny avete già incontrato il Papa per discutere le linee che porterete avanti con il nuovo Dicastero rispetto ai migranti?

«Si, abbiamo già avuto dei primi incontri in cui sono state tracciate parte delle linee guida su cui lavorare. In sostanza, abbiamo affrontato quegli aspetti che al momento riteniamo essere prioritari e proprio per questo a breve verranno diffusi a tutta la comunità cristiana attraverso i canali ufficiali della Santa Sede».

Può anticiparci qualcosa?

«In primis per le politiche che riguardano le migrazioni sarà fondamentale lavorare in stretto contatto con le Conferenze Episcopali e le diocesi, quindi, dovranno avere un ruolo da protagoniste per il bene dei migranti. Poi, la nostra attenzione sarà rivolta soprattutto a quei luoghi e a quelle popolazioni che vivono in condizioni di drammaticità e che sono in fuga a causa di guerre, povertà e fame. Penso al Medio Oriente, all’Africa, ma anche al Sud America e poi all’Asia Centrale. Il Dicastero, in quanto tale, avrà uno sguardo ovviamente globale verso tutti i migranti del mondo».

Per quanto riguarda l’Europa, invece, stiamo assistendo a quelle che vengono definite migrazioni di massa. È ancora corretto parlare di emergenza?

«Direi di no, oramai è una situazione che va avanti da diversi anni e possiamo dire superato lo “status di emergenza”. Sono evidenti, però, le non poche difficoltà da parte dei governi europei nel rispondere in modo organico al flusso migratorio. Principalmente perché manca un sistema di accoglienza adatto e soprattutto una vera coordinazione e collaborazione tra i vari Paesi membri. È un processo, però, che era già incrinato prima e la condizione attuale è in parte anche il risultato di queste “mancanze”. Non credo, inoltre, che la soluzione siano gli hub dove piazzare centinaia di migranti creando disagio e marginalità, ma piuttosto credo nella necessità di un’accoglienza diffusa dove ciascuno fa la propria parte. È l’unico modo per non provocare il fastidio e il timore delle persone nei confronti di chi arriva da un altro Paese, sentimenti che in certi casi trovo comprensibili, anche se a volte l’informazione distorta sia dei media che di una parte della classe politica causa solamente allarmismi ed episodi di spiacevoli. Non dovremmo mai dimenticarci che l’accoglienza è un valore di civiltà».

La Chiesa, in questo senso, cosa può fare?

«Innanzitutto la Chiesa deve avere sempre le porte aperte e sviluppare ancora di più quelle buone pratiche che ha già avviato come le realtà di accoglienza del Centro Astalli e di Casa Scalabrini 634 a Roma ad esempio. E poi la Chiesa, attraverso le diocesi, i vescovi e i parroci deve creare occasioni di dialogo, momenti di conoscenza, di informazione reale e soprattutto di incontro. A luglio ero a Lampedusa (dove lo Scalabrini International Migration Institute da anni organizza una Summer School, ndr) e tutte le persone che ho incontrato mi hanno ribadito lo stesso pensiero: nel momento in cui si incontra direttamente chi ha bisogno di essere accolto non si può fare a meno di essere solidali».

Dal primo gennaio inizierà per lei un nuovo percorso. Manterrà la carica di Preside del Simi?

«No, l’incarico che papa Francesco mi ha affidato è troppo importante ed è fondamentale che io mi dedichi completamente al Dicastero a partite dal primo di gennaio. Nel frattempo, per le feste, trascorrerò qualche giorno a Bassano assieme alla mia famiglia e alla comunità bassanese dell’Istituto Scalabrini, dove da giovane sono stato seminarista».

Lorenza Zago, 1 gennaio 2017