Spettacoli

A Sanremo hanno vinto fragilità e… banalità

Leggere i testi delle trenta canzoni in gara a Sanremo quest’anno è un’impresa frustrante. E forse non ci si può neppure lamentare, perché funziona bene così. Tu, memore di passati splendori (neppure così lontani), cerchi l’accostamento di parole sfizioso, il tono ironico che salva, l’immagine potente. E invece trovi un repertorio calcolato di parole che sembra l’elenco delle più digitate su Google.

A voler scavare sotto le pile di scontate mare-cielo-amore-cuore-vita, l’orizzonte è quasi sempre ristretto all’interiorità, per non dire all’individuo. Il tema dominante è la fragilità; in ordine di classifica: “A me hanno dato le perline colorate / per le bimbe incasinate con i traumi / da snodare piano piano con l’età” (Angelina Mango, La noia); “Mi sento scossa ah / ma quanto male fa / come morire / ma non capita / sinceramente quando quando quando quando piango / anche se a volte mi nascondo / non mi sogno di tagliarmi le vene / sto tremando” (Sinceramente, Annalisa); “Ma siamo fragili / come la neve / come due crepe / odio convivere con i demoni fissi nella mia testa / il senso di colpa mi fa sentire una bestia” (Fragili, Il Tre); “e vomito anche l’anima per sentirmi vivo dentro ‘sto casino / affogo in una lacrima perché il mio destino è autodistruttivo” (Autodistruttivo, La Sad). Si potrebbe leggere come un nuovo coraggio di mostrare le proprie debolezze, di parlarne superando stereotipi e censure; l’unica veramente credibile però è Pazza di Loredana Berté, vincitrice del premio della critica, perché è chiaro che è tutta sua e tutta vissuta. La parola “fragili” è cantata più spesso di “noi”.

Tre canzoni allargano lo sguardo

Solo tre canzoni su trenta osano allargare lo sguardo e di queste due scatenano polemiche cui seguono ritrattazioni e comunicati.
Fiorella Mannoia con Mariposa vince il premio per il miglior testo con un inno alle donne che aggiorna Quello che le donne non dicono, nella forma di un elenco di immagini forti, giocate spesso sul contrasto: “Sono negazione e orgasmo / nascosta dietro a un velo / profonda come un mistero / sono la terra, sono il cielo / valgo oro e meno di zero”.
Anche Dargen D’amico in Onda alta gioca su contrasti ironici e amari: “C’è una guerra di cuscini / ma cuscini un po’ pesanti / se la guerra è dei bambini / la colpa è di tutti quanti”.
Ghali firma il pezzo migliore per equilibrio tra testo e musica, tra vissuto personale e questioni collettive: “Sempre stessa storia / di alzare un polverone non mi va (va) / ma, come fate a dire che qui è tutto normale / per tracciare un confine / con linee immaginarie bombardate un ospedale / per un pezzo di terra o per un pezzo di pane / non c’è mai pace (…) / non mi sento tanto bene / però sto già meglio se mi fai vedere / il mondo come lo vedi tu”.

Slang ed onomatopee

A cercare frasi compiute o fili logici nei restanti testi si rimane delusi. Colpiscono alcune liriche criptiche, quasi per iniziati, file di termini slang, gergali, onomatopee; evidente la necessità di trovare parole tronche (con accento sull’ultima sillaba) schiave del ritmo, così rare in una lingua italiana che preferisce le piane, con l’accento sulla penultima; su tutte Tuta gold di Mahmood: “Fottendomi la testa in un night / soffrire può sembrare un po’ fake / se curi le tue lacrime ad un rave / maglia bianca, oro sui denti, blue jeans / non paragonarmi a una bitch così / non era abbastanza noi soli sulla jeep / ma non sono bravo a rincorrere / 5 cellulari nella tuta gold / baby non richiamerò / ballavamo nella zona nord / quando mi chiamavi fra / con i fiori fiori nella tuta gold /tu ne fumavi la metà”.
Facile notare ritornelli spesso slegati anche melodicamente dalle strofe, pronti per diventare basi di meme sui social: “Ricordo ancora il / suono click boom boom boom / senti il mio cuore fa cosi boom boom boom / corro da te sopra la mia vroom vroom vroom / prendi la mira baby click boom boom boom” (Rose Villain, Click boom!).

Banalità rassicuranti

Dominano banalità rassicuranti, di cui è esemplare la seconda classificata I p’ me, tu p’ te di Geolier: la puoi tradurre in qualsiasi lingua ma il senso non migliora; non da meno Un ragazzo una ragazza dei The Kolors, che sembra una traduzione fatta con Google della trama di una serie tv coreana.
A leggere poi gli autori della canzoni è tutto un déjà-vu: autori ricorrenti e già storicamente vincenti sono Davide Petrella e Jacopo Ettorre con ben quattro brani a testa; Edwyn Roberts con Stefano Marletta collaborano in tre brani; Paolo Antonacci, Francesco Catitti e Cheope (Alfredo Rapetti) sono coautori di tre testi l’uno.

Aumento degli ascolti e dei ricavi

Guardando infine i numeri sempre crescenti delle cinque annate curate da Amadeus, tutto assume un senso: l’aumento di ascolti e ricavi pubblicitari sembra non conoscere limiti. Insomma un meccanismo calcolato al centesimo per produrre profitto. Non ci si può certo lamentare: abbiamo assistito a numerose edizioni del festival evidentemente ininfluenti sul mercato musicale; le canzoni sanremesi scomparivano dalle rotazioni e dalle memorie in poco più di un mese, non resistevano nemmeno fino all’estate. Eppure, pur restando nell’era Amadeus, rispetto a quest’anno si è fatto di meglio: le edizione 2021 è stata esemplare per densità di hit pop con testi più che dignitosi, alcune delle quali sono rimaste a lungo e difficilmente le dimenticheremo (al di là dei gusti): Zitti e buoni dei Maneskin, Musica leggerissima di Colapesce e Dimartino, Amare de La rappresentante di lista, Voce di Madame, Fiamme negli occhi dei Coma_Cose, Santa Marinella di Fulminacci.
I Gente Guasta e Fabri Fibra ci aveva no visto giusto più di vent’anni fa: “Potremmo col tempo dovuto e col dovuto sdegno / rovinarci dandoci a un progetto indegno / in segno di sostegno / verso chi sfrutta al momento l’evento / eventualmente mettendoci zero impegno / ignorando i processi dei testi stessi” (La grande truffa del rap).
Insomma il testo sistematicamente al servizio della canzone: ballabile, orecchiabile, cantabile, rassicurante.
“Se dal cielo è tutto uguale, giuro”, figuriamoci se, qui da terra, si vede qualcosa di originale.

Mauro Maruzzo

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