Editoriali

25 aprile: oggi come allora serve l’unità della Nazione

di Alba Lazzaretto - docente di storia contemporanea

Resistenza. Oggi si parla per lo più di “resilienza”, intesa come capacità di opporsi alle difficoltà causate dalla pandemia. Ma anche nella Resistenza ci furono forme di resilienza. E forse da quell’esperienza si può ancora trarre qualche insegnamento.

Fu una guerra combattuta anche tra italiani, come ben sappiamo, quella del ’43-45, ma a quella dei partigiani parteciparono senza dubbio masse numerose, combattenti o no, spesso silenziosamente conniventi, o resilienti.

Si creò una sorta di comunità ideale tra la gente e chi – si capiva magari confusamente – stava dalla parte “giusta”. Fu dunque uno spirito di unità, quello che avvertirono i partigiani quando la gente li aiutava, perché in molti intuivano che quelli che combattevano senza divisa non stavano

con i nazisti assassini. Il popolo – scriveva il vescovo Rodolfi nel 1931, denunciando le violenze del fascismo – «conserva intatto ancora il senso della giustizia: anzi lo rafforza di fronte ai conculcatori». Parole profetiche, di un vescovo fiero che non fece in tempo a vedere la Resistenza (morì nel gennaio del 1943), ma che senza dubbio ne preparò lo spirito, educando la popolazione vicentina ai valori del cristianesimo che facevano a pugni con la dottrina politica del fascismo, piena di roboante spirito di potenza.

Molta gente capiva che la Repubblica di Salò – che si vantava di essere la patria – tanto “patria” non era. La gente sapeva che questa Repubblica aveva tolto agli ebrei non solo i diritti civili, di cui li aveva privati l’Italia fascista già dal 1938, ma persino il diritto di esistere, e li consegnava alle SS. La gente sentiva l’odore di morte che emanava dai proclami di Salò, persino dalle sue canzoni. E li rifiutava.

Per questo la Resistenza fu un fenomeno corale: combatterono sì, le minoranze, perché chi può imbracciare il fucile appartiene a una minoranza. Ma questa minoranza non avrebbe potuto sussistere senza l’aiuto silenzioso della massa, senza l’aiuto delle donne, dalle più umili popolane, alle partigiane, alle religiose che – allargando

metaforicamente il loro mantello come quello della Madonna di Monte Berico – nascondevano prigionieri, procuravano cibo e vestiti, curavano ferite: erano insomma parte integrante della lotta.

Allora credo che si debba contare ancora, mi si perdoni la partigianeria, sulle donne, anche oggi. Perché siano portatrici di pace. Perché tra tante inutili parole, previsioni di virologi o dichiarazioni stereotipate che ormai rendono insopportabili tanti telegiornali, cerchino la concretezza del silenzio operoso.

Ci si può chiedere cosa si potrebbe fare, in concreto. Forse poco. Ma anche cercare di non essere litigiosi, di addossare colpe a questo e a quello, cercando l’unità della Nazione in un momento tanto grave e difficile, può essere un piccolo, ma significativo aiuto. Perché fu uno spirito di unità quello che fu importante, per il successo della lotta, nella Resistenza. E allora cerchiamo di non dividerci troppo, e di rimboccarci le maniche, anche oggi.

Ora più che mai c’è bisogno di spirito di unità, ora più che mai c’è bisogno di una meno pericolosa, ma certamente pervasiva, resistenza.