Editoriali

Vince il campanile

di Lauro Paoletto

Con ogni probabilità (l’ultima parola spetta alla Regione) nasceranno tre nuovi Comuni in provincia di Vicenza: Valbrenta, Colceresa e Lusiana Conco. Sono stati invece affossati le proposte per unire Chiuppano e Carrè in Colbregonza e Longare, Castegnero e Nanto nel Comune della Pieve dei Berici. In totale i comuni del Vicentino scendono a 114, ma quello che con il voto del referendum di domenica scorsa si è realizzato è un passettino timido timido sulla strada della riorganizzazione territoriale dei Comuni berici sia per il numero di Comuni che hanno fatto il passo (otto su quattordici), sia per le dimensioni delle nuove amministrazioni che nasceranno tra i circa 4.700 abitanti di Lusiana Conco, ai 5.200 di Valbrenta e i poco più di 6000 di Colceresa.

Eppure da più parti (e in modo trasversale ai partiti) si riconosce che molti dei nostri Comuni sono troppo piccoli, che le fusioni sono necessarie per permettere economie di scala e per poter ancora garantire servizi adeguati. Si tenga conto che nella nostra provincia solo 23 Comuni hanno più di diecimila abitanti, solo 54 (compresi i due nuovi Comuni) più di cinquemila abitanti. Più della metà delle Amministrazioni comunali vicentine dunque hanno meno di cinquemila abitanti.

Sicuramente ci saranno motivazioni locali e specifiche per ogni territorio per rendere ragione del risultato uscito dalle urne domenica scorsa ma, credo, che alcune considerazioni generali possano comunque essere tentate.

In un’epoca in cui si sono riempiti volumi e volumi di analisi sull’identità liquida, il campanile, dunque, tiene ancora. Anzi sirafforza. Sembrerebbe quasi che molti cittadini si aggrappino al campanile (come elemento di identità territoriale) in assenza di altro. Di fronte alla mancanza di riferimentiforti, alle incertezze economiche che ancoracondizionano la vita di molti, al rischio di perdere le poche certezze che in tanti riconoscono di avere il proprio territorio con i suoi confini diventa un elementoassolutamente da salvaguardare senza cedere alle sirene di possibili notevolicontributi regionali e statali che potrebberoarrivare in cambio di una fusione con un entevicino. C’è un altro elemento che colpisce: gli studi seri e circostanziati di analisti al di sopra delle parti sembrano non

fare testo. Torna alla mente una certa ostilità nei confronti delle supposte élite che tanto sta animando questa fase politica del nostro Paese e non solo. Il no più deciso viene poi dai Comuni più piccoli: c’è sempre il timore (comprensibile) di essere in qualche modo fagocitati dal Comune più grande, ma come retrogusto sembra anche di poter sentire lo scontro tra campagna e città che in modo molto più marcato sta attraversando le società inglesi o francesi. A margine di tutto questo c’è una classe politica che deve aver coraggio per poter percorrere una strada certo non facile. Lo avevano avuto i sindaci di Longare, Castegnero, Nanto, Solagna, Carrè, Chiuppano. Ma i fatti sembra gli abbiano dato torto. La domanda che sorge spontanea è se ci saranno in futuro altri amministratori che avranno il coraggio di un passo politico tutt’altro che tranquillo e che potrebbe mettere a repentaglio il proprio consenso politico.

La Regione, volendo, potrebbe battere un colpo, prendere l’iniziativa e governare un processo decisivo per lo sviluppo futuro dei nostri territori. Ma l’attuale classe politica ha capito da tempo che su una serie di tempi paga (politicamente) molto di più il basso (anzi bassissimo) profilo per non disturbare l’elettore. Il risultato è che rimaniamo un territorio di giganti economici (in termini di capacità imprenditoriale, di fatturato, di esportazioni) su gambe (politiche e amministrative) d’argilla. Il sistema così, evidentemente, non può reggersi. E qualcuno alla fine pagherà il conto.

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