Vicenza

Sant’Andrea come una rock band. Compie 50 anni la parrocchia nata in un garage

La chiesa parrocchiale di Sant'Andrea, a Vicenza.
di Andrea Frison

C’è chi nei garage ha fatto nascere aziende, vedi Steve Jobs, chi i gruppi musicali, vedi i Nirvana, e chi le parrocchie. Hanno il sapore degli Atti degli apostoli i primi anni di vita della parrocchia di Sant’Andrea, a Vicenza, che nel 2022 festeggia mezzo secolo dalla sua fondazione, avvenuta nel 1972.

All’epoca non c’era una chiesa, solo una piccola cappella in via Groppino o, più spesso, il garage messo a disposizione da una delle molte famiglie giovani venute ad abitare la zona residenziale di quella che, all’epoca, era la prima periferia della città sorta su un terreno dove, manco a dirlo, era tutta campagna. Cogliendo le possibilità di sviluppo della zona, la Diocesi decise di acquistare un appezzamento di terra da destinare all’edificazione della chiesa e delle opere parrocchiali. Nel frattempo don Antonio Polo, all’epoca cappellano della vicina parrocchia di San Pietro, quasi come un missionario si sarebbe dedicato alla “cura delle anime” dei suoi futuri parrocchiani, che avrebbe accompagnato come parroco per i successivi 24 anni.

I fedeli all’uscita dalla messa celebrata in un garage di via Fusinieri.

Le origini

Sul terreno acquistato dalla Diocesi venne prima posato un prefabbricato in cemento, poi una baracca di legno utilizzata per dare ospitalità ai terremotati del Friuli. «La chiesa vera e propria venne edificata solo negli anni ‘80, l’oratorio negli anni ’90 – ricorda don Flavio Grendele, primo cappellano di Sant’Andrea, dove è rimasto per 13 anni -. I primi anni erano fatti di precarietà ma anche carichi di entusiasmo per la fondazione della parrocchia. Il quartiere era giovane e pieno di ragazzi. Quando si comincia dal nulla e le strutture sono povere, al centro c’è il rapporto con la gente. E così in quegli anni si sono create davvero delle belle relazioni, con le persone, con i giovani… per noi preti ordinati negli anni ‘70 era l’occasione per vivere lo spirito del Concilio, pur con tutte le nostre ingenuità».

La parrocchia venne intitolata a Sant’Andrea proprio per evidenziare il legame “fraterno” con quella di San Pietro (Pietro e Andrea erano infatti fratelli nel Vangelo), “garantito” da don Antonio Polo, «un sognatore», come lo definisce Mariagrazia Scaramella, una delle ‘memorie storiche” della comunità. «Don Antonio ha sognato la parrocchia e l’ha amata come un figlio – ricorda Mariagrazia, oggi impegnata come volontaria del gruppo Caritas -. Ed è stato ricambiato, perché il quartiere era vivace, ma rischiava di essere un agglomerato periferico di condomini abbandonato a se stesso». La parrocchia ha invece saputo inserirsi nel contesto, al punto che, in una prima versione dell’altare maggiore della chiesa, il tabernacolo era collocato all’interno della riproduzione di una finestra di un condominio. «Era stata un’idea di un padre camaldolese molto amico di don Antonio – racconta Mariagrazia -, padre Salvatore Frigerio, un ex architetto che ha realizzato molte delle opere d’arte presenti in chiesa».

La baracca e il prefabbricato che costituivano le prime opere parrocchiali di Sant’Andrea.

Una realtà vivace

Dopo don Antonio, si sono succeduti don Luigi Tellatin, don Carlo Coriele e don Claudio Bassotto. Questi è stato l’ultimo parroco di Sant’Andrea prima dell’ingresso della parrocchia nell’unità pastorale di Araceli e San Francesco, nel 2018. «Quella di Sant’Andrea è tutt’oggi una bella realtà, molto vivace – racconta don Nicola Mattiello, parroco dell’unità pastorale -. In parrocchia ci sono un circolo Noi molto attivo, cori giovanili, gruppi giovani, catechismo… Nel 2018 avevamo avviato alcuni tentativi di fare delle attività insieme, ma il covid ha bloccato tutto. Fortunatamente in questi mesi stiamoriprendendo a pieno ritmo. Certo, le cose non sonopiù come un tempo, basti pensare che negli anni ‘80 l’età media della parrocchia era di 35 anni e contava circa 5mila abitanti. Oggi gli abitanti sono rimasti più o meno gli stessi, ma l’età media è raddoppiata. Nonostante questo, che è un problema che riguarda tutta la Chiesa, non solo la nostra parrocchia, Sant’Andrea rimane molto vivace e attrattiva per le famiglie giovani. Le attività non mancano».

Senso di identità

Per don Lodovico Furian, collaboratore dell’unità pastorale, il “segreto” di questa vivacità sta «nel forte senso di identità delle persone», dovuto proprio alle origini “pionieristiche” della parrocchia. «Tutt’oggi la parrocchia di Sant’Andrea è quella dove si registra la partecipazione alle messe maggiore, in termini numerici. L’inserimento in unità pastorale non è stato facile, proprio perché Sant’Andrea ha tutte le caratteristiche per essere “autonoma”. La pandemia, in questo senso, ha contribuito positivamente a livellare le differenze e a farci sentire tutti sulla stessa barca. Purtroppo ha “mozzato” altre possibilità che avevano iniziato ad aprirsi per camminare insieme. E, come dappertutto, le assenze alle messe, dopo la fase del lockdown, non sono più state recuperate».

Quelle che sono state recuperate, almeno in queste settimane, sono state le “origini” della parrocchia, testimoniate dalla mostra allestita nel centro parrocchiale e raccontate anche attraverso la struttura stessa della chiesa e delle opere che contiene. «Sant’Andrea non si è sviluppato come un quartiere, non era stato previsto lo spazio per una chiesa. C’era addirittura chi preferiva realizzare un parco pubblico – racconta don Furian -. Per questo l’edificio ha dovuto inserirsi in ciò che già esisteva. La chiesa di Sant’Andrea è una casa tra le altre case».

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