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Via Fani. Una ferita che sanguina

Il 16 marzo di quarant'anni le Brigate Rosse rapivano Aldo Moro e la sua scorta veniva massacrata

È una data da mandare a memoria. Il 16 marzo 1978, quarant’anni fa, Aldo Moro veniva rapito dalle Brigate Rosse, che in via Fani, a Roma, assalirono l’auto in cui viaggiava e quella della scorta, seminando morte in una grigia mattina romana. Si tratta tutt’oggi del colpo più duro mai inflitto al cuore della Repubblica che culminò, 55 giorni dopo, con l’uccisione dello statista. Ne abbiamo parlato con lo storico Ernesto Preziosi.

Ernesto Preziosi

Preziosi, qual era il contesto storico e politico in cui è avvenuto il rapimento?

«Era un momento in cui, dopo i movimenti sociali e culturali del ‘68, si manifesta una crisi politica di notevole portata: nelle ultime elezioni politiche, del giugno 1976, le prime in cui votavano i diciottenni, il Pci aumenta di 7 punti percentuali, avvicinandosi con il suo 34,37% alla Dc che si attesta al 38,77 %. È necessario aprire una fase nuova che superi i governi di centro sinistra. Aldo Moro opera all’interno della DC per uscire dalla crisi disegnando un nuovo scenario».

Colpire Aldo Moro: perché?

«La risposta non è scontata. Certo si trattava di un simbolo con un ruolo particolare nel contesto appena richiamato, una figura chiave per la Dc e per il suo ruolo nel panorama politico italiano e internazionale. Uomo capace di disegnare scenari, elaborare strategie, di compiere faticose mediazioni senza perdere gli obiettivi a cui erano finalizzate, senza dimenticare i riferimenti valoriali e ideali. C’è chi ha notato come in quel momento non avesse un ruolo istituzionale e fosse solo presidente della DC e pertanto avesse meno tutele in termini di scorta, ma sono considerazioni secondarie. Moro era un riferimento di primissimo piano, l’unico capace di guidare la nuova strategia politica».

Via Fani, Roma, 16 marzo 1978

La storia di Aldo Moro si dipana dalla Costituente passando per il boom economico, gli anni del centro sinistra e gli anni di piombo. Cosa ha rappresentato per il Paese? E per il mondo cattolico?

«Con il suo pensiero e con la sua azione è senz’altro un politico di primissimo piano nella storia nazionale e nel delicato quadro internazionale del secondo dopoguerra. La sua capacità di esercitare l’arte della politica mantenendo in primo piano i grandi interessi per il bene comune del Paese per lo sviluppo dei popoli, offre un tangibile esempio della differenza che c’è tra un qualunque politico e uno statista. Per i credenti ha significato la traduzione concreta dello stare in politica con un’ispirazione Cristiana avendo assimilato la lezione della laicità. Anche per questo la sua testimonianza, la sua azione politica e la sua morte, costituiscono un riferimento obbligato per il cattolicesimo italiano».

Cosa rappresentano oggi, per l’Italia, il suo rapimento e la sua uccisione? Sono una ferita ancora aperta?

«Quel rapimento e quella uccisione hanno segnato allora una frattura non più recuperata. Quella data è il termine in cui si esaurisce il disegno politico del dopoguerra e inizia la crisi, lunga e faticosa della Repubblica dei partiti, in cui siamo ancora immersi. I lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro hanno rappresentato una occasione importante per tornare su quei fatti, anche se non hanno potutochiarirli definitivamente. Alcuni elementi emersi ridimensionano in qualche modo il ruolo delle Br e pongono più di un dubbio su chi ha compiuto materialmente il rapimento e l’esecuzione del presidente della Dc. La verità va ancora cercata nell’interessestesso della vita democratica».

L’intervista integrale fa parte di uno speciale di due pagine dedicato ad Aldo Moro pubblicato nel numero di domenica 18 marzo.