Editoriali

Il Veneto paradigma della catastrofe Pd

di Lauro Paoletto

60 punti percentuali (abbondanti) di distacco. In questo numero sta la distanza siderale non solo tra Luca Zaia e Arturo Lorenzoni, ma tra il riconfermato Governatore e il resto del mondo politico veneto, annichilito da una vittoria che in tanti prevedevano strabordante, ma non certo di queste dimensioni.

Il resto del mondo politico veneto, peraltro, è fatto di tanti zero virgola, tre liste sopra l’1 e sotto il 3 (Il Veneto che vogliamo, Europa Verde e il Movimento 5 Stelle) e poi il Pd, con il suo 11,92. Tutto qua.

A guardare i risultati si intuisce una delle ragioni della straripante vittoria zaiana: l’inconsistenza dell’opposizione. Insomma, il tre volte Governatore ha vinto per merito proprio, ma anche per scarsità degli avversari.

L’inconsistenza dell’opposizione viene da lontano e negli anni invece che ridursi è aumentata. E i numeri al riguardo sono impietosi. A tale proposito vale la pena considerare la parabola del Pd, l’unico che nella sua inconsistenza ha una qualche consistenza, peraltro significativamente ridottasi elezione dopo elezione. Consideriamo le elezioni dal 2010 in poi, non solo perché inizia l’’era Zaia’ ma anche perché nel 2005 c’era l’Ulivo non il Pd e politicamente è un’altra geologica.

Nel 2010 il Pd veneto tocca i 456mila voti, nel 2015 scende a 308mila e il 20 e 21 settembre scorso a 244mila, vale a dire che, in 10 anni, perde circa 216mila voti. Una parabola discendente, quasi una caduta libera che dice evidentemente che per tanti veneti nel Pd c’è qualcosa di profondo, strutturale che non funziona. L’impressione è che nelle ultime tornate elettorali i maggiorenti del partito si siano affidati alla cabala sperando di estrarre dal cilindro il coniglio vincente, senza provare a elaborare per tempo, con fatica, ascolto vero, studio, confronto nei territori, un proprio originale, credibile progetto politico.

L’impressione poi è che il Pd nazionale da molti anni dia per persa la terra veneta. Il Centrodestra si è posto l’obiettivo di espugnare prima l’Emilia e poi la Toscana. Non c’è riuscito, ma ci ha provato seriamente non arrivando lontano dall’obiettivo. Il Veneto invece per il centrosinistra e per il

Pd in particolare sembra ‘l’Isola che non c’è’, il traguardo irraggiungibile, derubricato dagli obiettivi possibili, una partita già persa prima di giocarla per la quale non vale la pena neanche investire. Insomma, al Pd (nazionale) il Veneto non interessa. E i veneti se ne sono accorti e non hanno fatto distinzioni tra il Pd nazionale e quello veneto.

Ci sono state poi carenze di carattere programmatico e identitario. Il Veneto era ed è territorio di moderati, dove per moderato (semplificando) si intende colui che non esagera, che ha il senso della misura, che non ama gli estremismi. Anche per queste ragioni la sinistra in quanto tale da sola (o come espressione maggioritaria) non ha nessuna possibilità di conquistare il governo della regione per i prossimi decenni. Uno schieramento di centrosinistra per poter essere competitivo deve essere fortemente ancorato al centro, in senso moderato, caratteristica che difficilmente si è riusciti a riconoscere negli ultimi anni in chi ha cercato di contendere a Zaia il governo della Regione.

Ora la corsa riparte: cinque anni per cercare di costruire una risposta nuova e credibile per i veneti. Da come si muoverà l’opposizione nelle prossime settimane capiremo se c’è la volontà di porre un segno reale e concreto di discontinuità con il passato e provare a costruire qualcosa di nuovo e inedito. Il Veneto se lo merita.

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