Editoriali

Usciamo dal letargo

di Don Nico Dal Molin

Un cammino di quaranta giorni per uscire dal «letargo». Questa è la quaresima. Lo è sempre stata, ma in particolare lo è quest’anno. In un articolo apparso sul Corriere della sera il 19 gennaio scorso, Giuseppe De Rita, sociologo di lungo corso e fine analista della realtà italiana, scrive: «La prima impressione che si ha è quella di un popolo “in trance”, che non focalizza adeguatamente uomini e cose, e che preferisce rintanarsi nel mondo sicuro del se stesso». E aggiunge: «E qui arriva la seconda impressione: che la gente abbia silenziosamente deciso di andare in letargo».

Potremmo confinare l’immagine del «letargo» tra quelle suggestive, seppure efficaci, che i sociologi del Censis ci consegnano nella loro ricerca prenatalizia. Mi pare, invece, che sia una metafora incisiva per orientare un cammino tipicamente spirituale, come lo è il tempo di quaresima. Dal letargo al risveglio nel mattino di Pasqua! Dall’essere in trance ad una ritrovata vigilanza attiva. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,2).

La quaresima inizia con la benedizione e l’imposizione delle ceneri sul nostro capo. È uno straordinario segno di penitenza. Ed è pure l’acquisizione di una consapevolezza diversa di quella fragilità e precarietà della vita umana, che pensavamo confinata altrove, certamente lontano da noi stessi. Il simbolo della cenere potrebbe richiamare anche un’altra associazione, legata a quanto diceva il Card. Carlo Maria Martini: «Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace (…) Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Parole straordinarie e profetiche, eppure quanto mai attuali. «Per questo motivo ti esorto a ravvivare il dono di Dio che è il te» (2Tm 2,6). San Paolo, scrivendo a Timoteo per esortarlo a perseverare nel servizio del Vangelo, usa il verbo greco “anazoopyrêin”. Una parola che esprime il gesto di riattizzare il fuoco sempre in pericolo di spegnersi. La quaresima di quest’anno ci assegna un compito importante, in questo momento storico così turbato: liberare la brace che ci arde dentro da quella cenere che la ricopre e la soffoca, per far sì che la fiamma torni a bruciare e a riscaldare. Mi torna alla memoria un romanzo dell’infanzia. Raccontava la vicenda di un vecchio lampionaio, che si prende cura di una bimba rimasta orfana e sola. Una vicenda un po’ melodrammatica ambientata nella metà dell’Ottocento. Non ho mai dimenticato l’immagine di quel lampionaio: un uomo buono il cui lavoro era accendere, sull’imbrunire, i lampioni ad olio o a gas nei viali delle grandi città, in un tempo oramai lontano. Potremmo essere anche noi dei «lampionai della speranza». Significa saper accendere nel cuore di chi ha il passo appesantito e incerto, di chi è sfiduciato e sopraffatto dal peso di questi lunghi mesi di incertezza e precarietà, una scintilla di calore e di luce. Ricordando che le cose vere della vita nascono sempre dal di dentro, perché solo nell’interiorità e nel silenzio esse possono crescere e maturare senza forzature e manipolazioni.