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Un referendum per decidere se ridurre il numero dei parlamentari

Il voto propone la riduzione dei parlamentari da 915 a 600 totali. Le posizioni del SI con il costituzionalista Valerio Onida e del NO con il prof. Enzo Balboni a confronto.
di Stefano De Martis

 PER IL SI’

“Non si tratta di una riforma così divisiva come viene presentata. Non mette in gioco valori fondamentali, non stravolge gli equilibri costituzionali”. Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, si è pubblicamente espresso a favore del Sì nel referendum sulla riforma che prevede la riduzione del numero dei parlamentari.

Qual è l’argomento principale che l’ha indotta a esprimersi a favore della riforma?

«L’argomento fondamentale è chenon si tratta di una riforma che viene dal di fuori delle istituzioni. La legge costituzionale sottoposta a referendum è stata approvata quattro volte dal Parlamento e nella seconda deliberazione della Camera ha ottenuto quasi l’unanimità. Paradossalmente, proprio il respingerla potrebbe essere considerato un attacco al Parlamento».

L’obiezione più forte che viene rivolta alla riforma è che riducendo il numero dei parlamentari viene ridotta la rappresentanza.

«In un Paese con 60 milioni di abitanti e oltre 50 milioni di elettori, qualche centinaio di eletti in più o in meno incide molto poco in termini di rappresentanza. Questa dipende piuttosto dalla qualità dei parlamentari e dal rapporto di fiducia tra le istituzioni e i cittadini. E in questo rapporto un ruolo fondamentale lo svolgono i partiti e le grandi organizzazioni sociali. È illusorio puntare sulla diretta conoscenza del candidato in un Paese con decine di milioni di elettori».

Con meno parlamentari ritiene che sia necessario modificare la legge elettorale?

«Mi sembra auspicabile che si vada verso una nuova legge di tipo proporzionale, ma non per la riduzione del numero dei parlamentari, quanto perché sarebbe una soluzione più adeguata alla concreta situazione politica del Paese. Anche introducendo un’opportuna soglia di sbarramento per contemperare le esigenze del principio di rappresentanza con quelle del principio di governabilità».

 

PER IL NO

«Lo schema binario impone una scelta drastica e ci si ritrova su posizioni opposte anche se magari su molte argomentazioni ci si potrebbe ritrovare». Enzo Balboni, già professore ordinario di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano, è tra i firmatari di un appello di giuristi contrari alla legge costituzionale che riduce il numero di parlamentari. Ma non sale sulle barricate. «La materia del quesito in sé è miserella – spiega – in quanto il taglio lineare non assicura alcuna maggiore efficacia del Parlamento e presenta forti venature di polemica politica contingente. Ecco, l’errore più grande è stato quello di aver scelto lo strumento dei tagli lineari. Le riforme costituzionali non si fanno così».

Qual è l’argomento principale che l’ha indotta al No?

«Il mio No è soprattutto per il timore che attraverso il taglio drastico del numero dei parlamentari si determini una situazione che agevoli le modifiche alla Costituzione a maggioranza assoluta. In altre parole, si rischia di invogliare chi prende la maggioranza in Parlamento a intervenire sulla Costituzione con una certa disinvoltura e in base a interessi di parte. Mi consenta di dire che le modifiche costituzionali dovrebbero essere sempre circondate da una certa solennità».

In che senso è povera la materia del referendum?

«Nel senso che si tratta di una riforma molto zoppa. La realtà è che mancano i correttivi che avrebbero dovuto accompagnarla e che le forze politiche non sono state in grado di rendere effettivi contestualmente, come sarebbe stato necessario».

Per esempio?

«Una nuova legge elettorale che consenta la governabilità senza mortificare la rappresentanza. L’ideale sarebbe il modello francese con il doppio turno di collegio. Bisognerebbe essere sicuri di avere almeno un sistema sul modello tedesco, un proporzionale con una soglia di sbarramento al 5%. C’è poi un problema di rappresentanza da riequilibrare. Riducendo i seggi ci sono territori che rischiano di essere sottorappresentati e altri che, viceversa, si ritrovano sovrarappresentati».