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Un Nobel per dire basta agli stupri di guerra

Nadia Murad e Denis Mukwege
di Daniele Rocchi

Sono Denis Mukwege, ginecologo che si occupa delle vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo, e Nadia Murad, attivista yazida per i diritti umani e sopravvissuta in Iraq alla schiavitù sessuale imposta dallo Stato Islamico, i vincitori del premio Nobel per la pace 2018. Il Comitato norvegese per il Nobel ha voluto così premiare “i loro sforzi a porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra e di conflitto armato”.

“Entrambi – riferisce il Comitato – hanno dato un contributo fondamentale a richiamare l’attenzione e a combattere questo tipo di crimini di guerra in modo che gli autori possano essere ritenuti responsabili per le loro azioni”.

“Se vogliamo che la gente dica ‘stop alla guerra’ dobbiamo mostrare quanto questa sia brutale” è stato il commento della presidente del Comitato, Berit Reiss-Andersen, espresso dopo l’annuncio dei nomi dei vincitori.

Denis Mukwege, 63 anni, dirige il Panzi Hospital, fondato nel 2008 a Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo. Qui ogni anno vengono curate migliaia di donne vittime di abusi e violenze sessuali la maggior parte delle quali commesse lungo il corso di una guerra civile, costata la vita a più di sei milioni di congolesi, ufficialmente terminata nel 2002, ma che vede ancora fronteggiarsi l’esercito regolare e gruppi armati che cercano di controllare le ricchezze del Paese, oro, diamanti e rame. Il principio che da sempre ispira Mukwege si può riassumere nella frase: “La giustizia è affare di tutti”. Nel 2014 Mukwege ha ricevuto il premio Sacharov dal Parlamento europeo. “Stavo operando quando improvvisamente la gente ha cominciato a urlare”, racconta il ginecologo congolese subito dopo aver appreso la notizia del Nobel. “Posso vedere sul volto di molte donne quanto siano felici di essere riconosciute. È davvero toccante”.

Nadia Murad, 25 anni, fa parte della minoranza yazida del nord dell’Iraq, dove ha vissuto con la sua famiglia nel villaggio di Kocho nel distretto di Sinjar. Vittima, con altre 3000 donne e bambine yazide, di crimini di guerra, rapita dai combattenti dello Stato Islamico nel 2014, resa “sabaya” cioè schiava, e violentata, Murad, dopo una fuga rocambolesca dalla casa di Mosul dove era detenuta da tre mesi, ha iniziato la sua personale battaglia contro le violenze dell’Isis, raccontando con coraggio quanto provato sulla propria pelle. “A un certo punto non resta altro che gli stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio”, scrive nella sua autobiografia “L’Ultima ragazza”, pubblicata quest’anno da Mondadori. Tuttavia le cicatrici lasciate sul suo corpo dai carnefici dello Stato Islamico non le hanno tolto la dignità e non le hanno impedito di perseguire i suoi scopi: divulgare lo sterminio della sua gente e portare alla sbarra i suoi aguzzini. A tale riguardo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha istituito un team per raccogliere le prove dei crimini dello Stato Islamico. “Spero che questo Premio aiuti a portare giustizia per quelle donne che hanno subito violenza sessuale”, ha detto Murad parlando attraverso il sito del Premio Nobel: “La giustizia è fondamentale”.

“Questo premio è anche per tutte le donne del Medio Oriente, tutti gli iracheni, i curdi e le minoranze perseguitate in tanti angoli del mondo. Bisogna continuare a lottare perché la mentalità dello Stato Islamico può annidarsi ovunque”.

Per la sua attività Nadia è diventata “Ambasciatrice di buona volontà” delle Nazioni Unite; nel 2016 è stata insignita del titolo di “Donna dell’Anno” e ricevuto il “Premio Sacharov” dal Parlamento europeo. Il premio, equivalente a nove milioni di corone svedesi (un milione di dollari), sarà consegnato a Oslo il 10 dicembre.