Fratelli Tutti
L'enciclica incontra l'arte

Un dipinto pieno di energia che esprime compassione e pietà

di don Francesco Gasaprini - direttore Museo diocesano "P. Nonis"

Vincent Van Gogh per “Il buon Samaritano” si è ispirato a un dipinto di dimensioni ridotte di Eugène Delacroix, del 1849/51. L’artista lo scrive al fratello Teo agli inizi di maggio 1890, l’anno della sua morte. “Ho dipinto una copia del Buon Samaritano di Delacroix”. È ancora ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy in Provenza, ma di lì a poco sarebbe tornato al nord per l’ultima brevissima stagione della sua vita. Questa tela venne eseguita immediatamente dopo il recupero da una ricaduta della malattia (entro il 25 maggio, Vincent è in grado di riferire a sua madre che la sua salute era migliorata e che i sintomi della sua malattia erano scomparsi) per cui fu dimesso dal manicomio.

Per Van Gogh la pittura era una forma di terapia e per questo il soggetto del dipinto (lui farà pochi quadri di soggetto religioso) può essere visto come il desiderio dell’artista di trovare conforto nei pensieri religiosi identificandosi probabilmente con il malcapitato della parabola. Si nota come il dipinto sia profondamente autobiografico: Vincent si identifica sia con colui che è soccorso, sia con il soccorritore perché è evidente la somiglianza fisica del buon samaritano con Van Gogh stesso.

IL DIPINTO

Che gioia nei colori, che movimento nel disegno, sono tutti gli ingredienti per trascrivere il servizio reso al prossimo, all’altro abitato dal Signore!

Van Gogh, venuto dal nord, l’olandese, il figlio del pastore protestante che all’inizio della sua carriera ha dipinto la dura vita dei mangiatori di patate con toni scuri e terrosi, è ora sotto il sole della Provenza.

Tutto diventa luminoso, eccitante, entusiasmante. L’appassionato autodidatta non smette di cercare di trasferire la luce nei suoi quadri, ma è malato, mentalmente sbilanciato. I suoi quadri sono tormentati come lui, come questo soggetto evangelico.

Lungo una strada sterrata in mezzo a campi bruciati dal sole, un uomo sta cercando di caricare un altro uomo sul suo cavallo, che sta attendendo pazientemente che il carico gli sia posto in groppa. Ha le orecchie dritte pronto a percepire e assecondare ogni movimento.

L’uomo in primo piano è teso nello sforzo di sollevare il pesante corpo, inarca la schiena fa leva con la gamba, punta il piede a terra e solleva il tallone che si stacca dalle ciabatte che porta. Prima di fare questo si è rimboccato le maniche per poter lavorare meglio. Ha soccorso il malcapitato e curato le sue ferite e ha fasciato la sua testa con una vistosa benda. Il ferito, senza forza per salire da solo sulla sella, si aggrappa disperatamente al samaritano in un abbraccio spasmodico e scomposto.

Cosa sia accaduto, lo si capisce dagli effetti personali sparsi poco lontano, sul bordo del sentiero: bene in vista c’è il bagaglio aperto e vuoto (ci ricorda la valigia di cartone di non pochi emigranti che dall’ Europa andavano a cercar fortuna nel nuovo mondo, il cui ricordo è vivo in Van).

Si percepisce un equilibrio instabile delle figure: il samaritano fa ogni sforzo per sollevare il peso inerte del ferito, per metterlo sopra la sella; il ferito fa una forte pressione laterale sull’animale, che, per contrastare la spinta, sembra muoversi sulle zampe.

La fatica si evidenzia dalla forma inarcata della schiena dell’uomo, in uno sforzo per tenere l’equilibrio. C’è un movimento goffo dei due uomini che quasi si abbracciano, il cui tracciato è una linea sinuosa, un movimento ondulato che dai vestiti si diffonde sull’animale e sulle montagne dello sfondo.

Colpiscono due particolari:

1. la somiglianza fra i tratti del samaritano e quelli del pittore;

2. l’impressione visiva che il soccorritore, più che caricare lo sventurato sul cavallo, lo stia tirando giù, vale a dire se lo stia caricando sulle spalle, quasi a dirci che per aiutare davvero il prossimo, è necessario addossarsene il dolore e le difficoltà. Ricordiamoci che Vincent, anni prima, si era prodigato con grande zelo come infermiere sia con i colpiti dall’epidemia di tifo, sia nei confronti della madre vittima di un grave infortunio. Il soggetto biblico, che non indica un ritorno alla fede, testimonia il suo animo dotato di grande sensibilità nei confronti del dolore.

La scena ci rivela che l’uomo è stato assalito, derubato e malmenato, ma ci racconta anche che due uomini erano passati di lì e non lo avevano soccorso. In lontananza, piccoli e quasi inghiottiti dal paesaggio, li vediamo i due personaggi: il sacerdote e il levita, che sono passati oltre e proseguono la loro strada verso Gerico. Uno lo vediamo camminare su per il sentiero all’altezza della valigia; dell’altro intravediamo la sagoma evanescente che si perde sulla strada, per svanire nell’orizzonte in mezzo alle nuvole bianche che si addensano sullo sfondo confondendosi con le pendici dei monti. I due uomini si muovono in una atmosfera dove tutto sembra immobile, sorprende il loro “nanismo”, che suona un po’ come una sentenza di giudizio per loro: sono piccoli sotto ogni aspetto.

Nel dipinto tutto è reso vibratile dai molteplici segni di pennello che caratterizzano lo stile pittorico di Van Gogh. In primo piano il segno si fa vivo e dinamico in quell’abbraccio fisico, materiale, pieno di energia del soccorritore. È il dettaglio più bello e commovente del quadro: quel farsi carico del corpo del ferito nella dimensione concreta, quel suo inarcarsi per lo sforzo di sollevarlo e metterlo sul cavallo. Egli si carica di lui, reputando in quell’istante essere l’unica cosa umana da fare. È l’uomo che incarna l’unico umanesimo possibile, quello della compassione e della pietà.

In un’epoca in cui domina la regola del distanziamento a causa della pandemia, quel corpo a corpo, quell’abbraccio così scomposto, ma così concreto e disinteressato, è un’immagine che ci fa respirare. Ci restituisce una dimensione piena dell’umano, dove anche il toccare ha la sua piena cittadinanza.

 

Vincent Van Gogh (1853-1890).

Autore di quasi novecento dipinti e di più di mille disegni Tanto geniale quanto incompreso, Van Gogh influenzò profondamente l’arte del XX secolo.

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