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«Per il “trumpismo” europeo la medicina ancora non c’è»

Paolo Naso, storico e docente all'Università La Sapienza di Roma, è un profondo conoscitore degli Usa e dei suoi movimenti religiosi.
Il neo presidente Joe Biden, la moglie Jill, la vicepresidente Kamala Harris e il marito Doug Emhoff
di Andrea Frison
Il professor Paolo Naso

«Adesso si sgonfierà anche il populismo europeo? Andiamoci piano». Paolo Naso, storico, docente all’Università La Sapienza di Roma, profondo conoscitore degli Stati Uniti e dei suoi movimenti religiosi, è molto cauto quando gli si chiede se la sconfitta di Trump può rappresentare l’occasione per ridurre il peso di quelli che appaiono i suoi epigoni nel vecchio continente. «Trump è stato l’amplificatore di un brutto discorso pubblico sul futuro delle democrazie europee, ma il populismo di casa nostra non è un’importazione sciocca del trumpismo. Quello che vediamo all’opera in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e in piccola parte anche in Italia è un fenomeno endogeno, radicato, sfociato nel ventesimo secolo nei governi dittatoriali che ben conosciamo. È un bene che dall’America soffi un vento diverso, ma se vuole guarire dal populismo l’Europa deve trovare la sua medicina».

Si aspettava una vittoria dei democratici?

«Confidavo in una vittoria del ticket Biden-Harris perché la presidenza di Trump è stata eccessivamente divisiva, ha acutizzato la divisione tra l’America conservatrice e per alcuni aspetti reazionaria e razzista e l’America democratica e liberal».

Da dove ha origine questa spaccatura?

«Si è manifestata con il fallimento della candidatura di Hillary Clinton nel 2016, quando appartenenti alla working class, piccoli artigiani, piccoli agricoltori, sono passati dal fronte democratico a quello repubblicano. Non si sentivano più protetti dalla cultura “liberal” di chi legge il New York Times ed è più interessato allo scenario internazionale che a quello interno. Tutti costoro sono cresciuti nella cultura dell’ascensore sociale, meccanismo che non funziona più. La reazione è stata scomposta, violenta, con punte inconfessabili di cinismo e razzismo».

Trump ha capitalizzato tutto questo.

«Fin qui si trattava di una reazione prevedibile, ma Trump è stato “troppo”: troppe concessioni alle espressioni radicali, violente e razziste della società americana, totale assenza di interesse sul caso Floyd e sulle violenze della Polizia, spregio del movimento Black Lives Matter. Venendo ad oggi, tutto questo ha eroso una quota dello zoccolo duro trumpista e favorito l’ascesa di Biden».

Cosa hanno visto gli elettori, secondo lei, in Joe Biden e Kamala Harris?

«Hanno riconosciuto una opzione moderata e tranquilla che guarda al centro, che ha assunto una postura istituzionale di riconciliazione, di ricostruzione di un sentire comune attorno alla minaccia del Covid-19 che Trump ridicolizzava. Oggi gli Stati Uniti hanno il ticket di cui avevano bisogno. Biden è un uomo navigato, carico di esperienze, non un “trombone” ma un figlio dell’apparato del partito democratico e quindi con una perfetta conoscenza dei meccanismi istituzionali. Dall’altra parte Kamala Harris è una donna afroamericana con una competenza giuridica di altissimo livello e una strategia di “law and order”, legge e ordine, che può rassicurare i conservatori del partito repubblicano». 

È più in sintonia Joe Biden con lo “spirito americano” che Trump ha stravolto?

«In realtà il concetto di “spirito americano” è trasversale. Ogni candidato si muove all’interno di una retorica che ha i propri capisaldi. Non è monopolio dei democratici o dei repubblicani. La destra americana, però, ha tradito questo spirito, specie nell’aspetto dell’inclusione. L’America è una società di immigrati, la sua forza sta nel fatto che varie etnie abbiano convissuto insieme per secoli. La percezione della dimensione multiculturale è fondamentale e Trump l’ha negata. Con Biden rientriamo in uno schema retorico classico: America per tutti, terra che offre opportunità».

Nei giorni scorsi durante lo scrutinio abbiamo visto sostenitori di Trump girare armati per le strade. È concreto il rischio di scontri?

«Esiste una componente della destra militarizzata e difficilmente controllabile che ha accumulato frustrazioni e ha voglia di esprimere il suo potere, anche fisico. Tensioni sociali forti potranno esserci se Trump, nel suo delirio anti istituzionale, continuerà con la sua sceneggiata sul voto non valido. In questo caso scontri seri e non solo di piazza andranno messi in conto. Mi auguro che il “cerchio magico” convinca l’ex presidente che è meglio continuare a giocare a golf».

E i gruppi religiosi come si sono comportati in queste elezioni?

«Come sempre, niente di nuovo. I mormoni e la galassia evangelica sono un perno fondamentale del partito repubblicano e il vicepresidente di Trump, Mike Pence, ne ha assecondato le spinte. D’altro canto la comunità ebraica, le chiese protestanti storiche e la comunità afroamericana tendono a votare per i democratici. In generale, però, il voto di chi ha una pratica religiosa si è spostato a destra».

Da cosa dipende questo spostamento?

«Le chiese evangeliche hanno una grande capacità di aggregazione. Non offrono solo luoghi di culto ma sono vere e proprie agenzie sociali dove puoi andare in ferie, dal parrucchiere o a fare ginnastica».

Biden però è cattolico, un fatto che è stato evidenziato molto.

«È stato evidenziato in Italia, non in America. Negli Stati Uniti il fatto è passato inosservato ed è stata un’occasione persa per la Chiesa cattolica».

Perchè?

«Biden è il secondo presidente cattolico dal ‘700 ad oggi. Il primo è stato Kennedy, che quando si candidò dovette incontrare il consiglio delle chiese protestanti d’America per convincerle che non avrebbe perseguito gli interessi del Vaticano. Ancora oggi ci sono pregiudizi verso i cattolici. Biden poteva essere l’occasione per la Chiesa cattolica di uscire allo scoperto e denunciare il trumpismo, ideologia antagonista dei principi fondamentali degli Usa, dei diritti umani e della tutela della persona. Tutti temi sui quali il cattolicesimo statunitense ha una grande tradizione. Da Thomas Merton in avanti la Chiesa cattolica ha espresso personalità fortemente impegnate per i diritti civili, il disarmo e contro gli interventi militari. Una tradizione importante che ora vedo assopita. Assistiamo invece all’onda lunga di un episcopato conservatore che oggi produce un clero distante dalle istanze politiche e sociali».