In primo piano Intervista

«I cattolici di oggi e l’Appello ai liberi e forti»

Matteo Truffelli, storico e presidente dell'Azione cattolica, commenta il celebre testo di don Sturzo a 100 anni dalla pubblicazione
Matteo Truffelli
di Lauro Paoletto

Il 18 gennaio 1919 la commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, su ispirazione di don Luigi Sturzo, pubblica l’Appello ai liberi e forti, un manifesto con i caratteri fondamentali di quello che sarà il popolarismo. Fino ad allora, a seguito del “non expedit” (divieto emesso da papa Pio IX nel 1874 e poi abrogato da Benedetto XV nel 1919), ai cattolici italiani era vietata ogni forma di partecipazione alla vita pubblica: ‘né eletti, né elettori’.

L’Appello rappresenta – secondo molti – una delle vette culturali e politiche dei cattolici italiani sulla scena civile, economica e sociale del Paese nell’arco degli ultimi 150 anni. A 100 anni da quella pubblicazione abbiamo incontrato Matteo Truffelli, storico, professore di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Parma, (e presidente nazionale dell’Azione cattolica) e gli abbiamo rivolto alcune domande per cogliere l’attualità di questo testo.

Truffelli, qual è il contesto sociale, politico ed ecclesiale in cui nasce “l’Appello ai liberi e forti”?

«Il contesto è quello dell’Italia del primo dopoguerra, pesantemente segnata dai tanti morti che quella guerra aveva determinato, ma anche dall’entrata nella storia delle masse. La Prima Guerra Mondiale segna, infatti, il protagonismo delle masse popolari dentro la storia dell’Italia. Al tempo stesso quella guerra, dove i cattolici si erano spesi molto, aveva segnato di fatto una riconciliazione tra cattolicesimo e Statoitaliano. C’è, quindi, anche un passaggio ecclesiale: il mondo cattolico capisce e sceglie di abbandonare le vecchie posizioni di astensione rispetto alla vita politica e istituzionale, superando così il “non expedit”. L’Appello di Sturzo sottolinea questo passaggio: la presa di iniziativa coraggiosa dei cattolici per superare quella frattura».

Nell’Appello si parla di un tempo particolarmente difficile. Ci sono già i primi segnali di una deriva che poi sfocerà nel fascismo…

«C’è un Paese percorso dalle violenze di una società in grande subbuglio, un Paese stremato dalla guerra e che ha bisogno della pace. È un Paese che vede all’orizzonte la reazione a questa situazione, una reazione che poi sfocerà nel fascismo».

Quanto questo appello era atteso dal mondo cattolico?

«Era in un certo senso atteso perché era maturato nel tempo, ma al tempo stesso questo Appello riesce a far fare un salto in avanti che ha superato un fossato e che ha saputo anticipare i tempi dell’approdo dei cattolici alla democrazia, ancor più che alla vita politica nazionale».

L’Appello contiene alcune priorità programmatiche che riassumono il pensiero sturziano. Quali sono?

«È interessante sottolineare che si tratta di un appello programmatico, ed evidenzia l’idea che la politica e l’impegno partitico non potessero che essere di tipo programmatico e non semplicemente ‘mettiamoci insieme tra cattolici’, o ‘una certa classe sociale’ o ‘di una certa area del Paese’, ma diamoci un programma per tutti».

Un altro elemento interessante è l’Appello a tutti e non solo ai cattolici. Qual è il significato di questa scelta?

«Dice la consapevolezza di Sturzo e del gruppo che gli stava accanto della necessaria laicità della politica che non si può fare per difendere istanze di parte anche se sono istanze della Chiesa. La politica è di per sé laica e quindi un appello politico non si poteva che rivolgere a tutti. La sua è una idea moderna di politica e grazie a questo fa approdare i cattolici alla democrazia che è accettazione del pluralismo esterno e anche interno al mondo cattolico».

Cosa dice oggi questo appello agli uomini e alle donne di questo tempo?

«È un appello innanzitutto alla responsabilità di ciascuno a mettere a disposizione il proprio spessore morale, le proprie competenze, la propria passione per ciò che ci accomuna e sapere che questo può avvenire solo – come era scritto nell’Appello – se si condividono delle responsabilità. È, dunque, un appello alla condivisione, alla collaborazione, alla cooperazione. Questo è un elemento decisivo anche per noi come mondo ecclesiale: la consapevolezza che possiamo essere un fattore importante per il Paese innanzitutto se sapremo andare oltre noi stessi e aprirci a una reale collaborazione con tutti gli uomini e le donne di buona volontà».

Il tempo che stiamo vivendo vede i cattolici ai margini della scena politica. Ci sarebbe bisogno di un nuovo appello anche per i cattolici di oggi?

«Credo che ci siano tantissimi cattolici che si spendono con generosità, competenza e passione per il nostro Paese. Ne conosco  tantissimi, soprattutto a livello di politica locale, quella meno gratificante ma più vicina alla vita delle persone. Bisogna dire, poi, che molti esponenti politici nazionali sono cattolici. Forse il tema oggi è quello di una rappresentanza organizzata di alcune posizioni e competenze che sono radicate dentro alla realtà cattolica. Da questo punto di vista la nostra stagione ci chiede di avere creatività, cioè trovare una nuova forma per tradurre politicamente la grande ricchezza del tessuto cattolico, ma in una forma che sia adeguata a questa stagione politica, non quelle forme che sono state opportune e importanti in altre stagioni: il partito cattolico, ma neppure l’Opera dei Congressi da cui Sturzo aiutò ad uscire»