Intervista

Sorge: «Cattolici e buona politica: si deve ripartire dalla formazione»

Per il gesuita occorre una nuova classe dirigente che abbia la propria forza in una fede consapevole.
Padre Bartolomeo Sorge
di Lauro Paoletto

«La questione di un nuovo partito cattolico è un dibattito inutile. Si perde solo tempo». A dirlo senza tanti giri di parole, è padre Bartolomeo Sorge, gesuita, 90 anni lo scorso ottobre, figura di riferimento per intere generazioni di cattolici in particolare con riferimento all’impegno socio-politico. È stato direttore della Civiltà Cattolica per 12 anni, successivamente direttore dell’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo e poi della rivista Aggiornamenti Sociali. Per padre Sorge l’attuale irrilevanza politica dei cattolici ha una sola risposta: ‘formazione’. «Il problema della presenza politica dei cattolici – spiega si pone a un duplice livello: la preparazione di una classe dirigente e l’aspetto sociale». «Dobbiamo formare uomini e donne che siano spiritualmente elevati, abbiano un’alta tensione etica e ideale e al tempo stesso professionalità. Se non c’è questa classe dirigente non facciamo nulla». Sul versante sociale il gesuita sottolinea che «è cambiata la cultura del Paese. Fino a che c’erano le ideologie di massa la maggioranza della gente aveva ancora una cultura cristianamente ispirata. Questa cultura ha fatto nascere la Costituzione, in particolare i primi 12 articoli». C’era quindi un legame con la classe dirigente che mandava avanti quei principi ed «era più facile perché c’era un confronto tra ideologie non fra loro compatibili». Questo contesto ora è cambiato. «La cultura maggioritaria in Italia non è più quella cristiana».

Come valuta l’attuale momento storico del cattolicesimo politico?

«Noi oggi siamo in un momento disemina e non in un momento di raccolta. La parola centrale è ‘formazione’ in particolare con riferimento alla classe dirigente. La formazione della classe dirigente è fondamentale. Se noi perdiamo ancora tempo tra dieci anni saremo ancora peggio. Dobbiamo rassegnarci ad avere un periodo di ‘incubazione’ se vogliamo lavorare per la buona politica. Questa non è solo dei cattolici ma è globale. È la sfida di una Chiesa che esce, che va annunciando il Vangelo, formando coscienze, animando la fede».

In passato lei fu tra i protagonisti della stagione delle Scuole di formazione politica. Oggi cosa ci dice quell’esperienza?

«Dopo il crollo del muro di Berlino come cattolici non avevamo una generazione pronta a servire il Paese. Quella delle scuole di formazione è stata un’idea che non ha però trovato la sua formulazione giusta perché i ragazzi che uscivano da queste scuole venivano snobbati dai partiti. Oggi in un contesto di globalizzazione l’unica via è quella indicata dal Papa: dobbiamo abituarci a lavorare insieme agli altri per fare una ‘buona politica’. È la sfida alla quale non siamo preparati. I problemi di oggi sono problemi planetari: o li risolviamo tutti insieme o moriamo tutti. Pensiamo alla pace, se piglia fuoco il Medioriente piglia fuoco il mondo. Pensiamo allo sviluppo: bisogna ripensare il modello di sviluppo mondiale. Pensiamo all’ecologia integrale che è anche una questione sociale. Sono valori cristiani e laici che possono diventare il Bene comune della nuova Buona Politica».

Cosa porta la carenza di formazione?

«Mancando persone formate manca la traduzione politica dei valori che non sono più patrimonio sociale diffuso anche perché la fede è in crisi e la formazione anche da parte della Chiesa non è più all’altezza delle sfide».

Ma quale dovrebbe essere il cuore di questa formazione?

«La vera forza dei cristiani anche in politica, non è tanto la competenza scientifica ma è la fede. Le parole del vangelo sono vere e io l’ho sperimentato in Sicilia contro la mafia. Il Vangelo è vero solo che bisogna viverlo. Allora avrai il fenomeno di dodici apostoli, nessuno dei quali aveva la scuola media e che Gesù manda in tutto il mondo. Questa è una sfida inedita che non c’era al tempo delle ideologie».

Da più parti si segnala come per i cattolici ci sia una separazione tra fede e vita con la politica che sembra non c’entrare con la fede. Come si risponde?

«È un esempio di cosa vuol dire mancanza di formazione. Pensiamo a quello che ha fatto Pio XI durante il fascismo attraverso l’Azione cattolica e l’Università cattolica di Milano: ha formato una nuova classe dirigente.Crollato il fascismo era pronta una classe dirigente spiritualmente motivata. Erano veri cristiani. Zaccagnini e tutti gli altri facevano mezz’ora di meditazione della Bibbia ogni giorno. Questo sforzo poi è stato abbandonato e abbiamo delegato la D.C. a fare leggi cattoliche e ci siamo disinteressati di una formazione di una classe dirigente attenta alle nuove sfide del mondo a partire dalla globalizzazione».

Oltre alla classe dirigente c’è però anche il popolo da formare. Cosa ne pensa?

«I valori dei primi 12 articoli della Costituzione si sono allentati. Bisogna cercare di recuperarli con la formazione di una classe dirigente e della cultura generale del popolo. Dobbiamo essere consapevoli che se non cambia questa cultura popolare, anche se abbiamo una classe dirigente valida, allora un capo senza membra. Serve un duplice sforzo: mentre formiamo la classe dirigente al tempo stesso dobbiamo formare il popolo cristiano alla sintesi tra fede e vita».

Cosa pensa delle diverse iniziative di carattere politico che si registrano nel mondo cattolico. Non sono dispersive?

«Io ho la teoria dell’acqua e dei canali. Purtroppo anche noi cattolici ci siamo interessati dei canali, ma se manca l’acqua, questi, anche se la canalizzazione è la più moderna, non servono a niente. L’acqua è la cultura, la coscienza cristiana che se trova i canali è meglio e irriga altrimenti, come l’acqua si fa la sua strada. Così è per i credenti: se uno è un vero cristiano trasforma la realtà anche se non lo vuole. Se un insegnante è cristiano, trasforma la scuola. Così è per il politico».