Cultura In primo piano

Il sogno spezzato di Martin Luther King

Il 4 aprile del 1968 Martin Luther King veniva assassinato a Memphis
di Andrea Frison

«Di Martin Luther King ci viene spesso presentata un’immagine stereotipata, quella del pastore cristiano buono e non violento, che interpreta i bisogni degli afroamericani. In realtà, King, è stato molto di più. Ed è in questo “di più” che va cercata la ragione del suo assassinio».

A parlare è Paolo Naso, docente di Scienza Politica allaSapienza di Roma, profondo conoscitore degli Usa e tra i maggiori esperti in Italia del reverendo King, al quale, anni fa, ha dedicato il libro L’«altro» Martin Luther King.

Oggi, 50 anni fa, veniva ucciso a Memphis il leader della comunità afroamericana, pastore della Chiesa battista.

Paolo Naso

Professor Naso, in cosa, Martin Luther King, è molto altro?

«Martin Luther King è stato un intellettuale, un pastore, un leader che ha compreso la malattia profonda della società americana: lo schiavismo. È significativo che nel ‘700, i padri degli Stati Uniti firmavano la costituzione americana e, con le stesse mani, mettevano le basi di una società razzista. King era consapevole che il razzismo è “il peccato originale dell’America”, e per questo ha ritenuto necessario uscire dallo schema del solo “difensore dei diritti umani”».

Questo cosa significò per King?

«A partire dalla guerra in Vietnam King radicalizzò le sue posizioni e formulò una teoria. Il razzismo degli Stati Uniti si collega al militarismo del suo Paese e alla politica coloniale americana. Da “battaglia per i diritti”, la sua diventa “critica di sistema”».

Che battaglia sentiva di dover combattere?

«Quella per un’America giusta: non razzista, non militarista e non colonialista. King aveva scoperto un’America povera,trascurata, dimenticata. 

Qual è stata la forza di Martin Luther King?

«Quella di non rimanere nello steccato politico. Negli anni ’60, il Partito democratico era più razzista di quello Repubblicano. Al contrario, la famiglia di King simpatizzava per i repubblicani. Ma la capacità di Martin, fu quella di muoversi trasversalmente, creando il “fronte delle coscienze”, mettendo insieme quelle persone che ritenevano superato il vecchio modello segregazionista. Fu questa linea a decretarne il successo».

Com’è, cinquant’anni dopo, l’America?

«L’America di oggi è traumatizzata. Trump ha sdoganato modelli di comportamento suprematista che in altre amministrazioni rimanevano sotto traccia. Il razzismo è sempre esistito, ma non riceveva riconoscimenti, era qualcosa di indicibile che covava nell’animo profondo di certi ambienti. Con Trump, questi discorsi hanno trovato un’accettazione istituzionale. Il “peccato originale” dell’America è tornato in tutta la sua forza».

Nessuno si domanda oggi, in America: “Come siamo arrivati fin qui”?

«Se nessuno lo facesse, sarebbe la fine degli Usa. È una domanda che sta al cuore della società americana, che si è sempre percepita come la realizzazione di un’utopia, di un sistema politico che ha dato forma giuridica statale a giustizia, equilibrio, convivenza. Pensiamo ai giovani che hanno protestato a Washington, contro le armi. C’è sempre stata un’altra America».