Globalizzazione

Il sogno di Francesco: meno globalizzazione più mondializzazione

di don Matteo Pasinato

Bergoglio avverte che il localismo non vince sul globalismo, ma rischia di far morire la mondialità.

Tra le parole da “aggiornare” per un progetto di fraternità/amicizia sociale c’è la globalizzazione. È da secoli che si parla di “globo” terrestre, per indicare la sfera sulla quale poggiano i nostri piedi. Abitiamo un mondo “curvo”, seppur qualcuno, con piglio negazionista, obietta perfino sulla forma della terra: la terra non è un globo, ma è piatta, dicono. In realtà, ad essere “piatto”, sembra il pensiero che pensa simili sciocchezze. Nell’enciclica Fratelli tutti, papa Francesco non usa molto la parola globalizzazione. Una volta la usa mettendola al negativo (vedi citazione nel box) e in un altro passo ne parla come di un “vicolo cieco” dell’amore universale (n. 100), se diventa un processo di “sfrontata uniformità” da imporre: tutti uguali, tutti appiattiti, in un progetto “senza frontiere” che ci vuole uniformi, sotto un potere unico, dove tutto è uguale (mercato, cultura, gusti … perfino un’unica religione).

Ma la fraternità non è così. La stessa radice non produce “in serie” i frutti dell’albero, e lo stesso sangue non scorre su manichini identici. La medesima casa non è fatta moltiplicando persone omologate. Nemmeno la stessa educazione, e le stesse esperienze, sono capaci di impastare sagome indistinguibili di umanità. Le frontiere esistono, anche nella grande sfera del mondo, e livellare tutto sarebbe un progetto semplicemente “sfrontato”.

Togliere le frontiere “materiali” (i confini) solo per un progetto arrogante di uguali, significa abbattere i confini culturali, abbattere la pluralità, far morire le originalità fraterne della cultura umana. Papa Francesco usa soprattutto questo significato ambiguo di globalizzazione, quella che prende un prodotto e lo estende dappertutto, impone uno stile e lo diffonde ovunque. In questo caso il globo è solo un grande spazio da conquistare per metterci una cosa sola. E allora si reagisce al globalismo con barriere “culturali” che aumentano il localismo ossessivo: per proteggere il proprio confine culturale i gruppi innalzano muri materiali, ciascuno suona la propria partitura con un solo strumento, illudendosi che questa sia l’unica armonia di cui siamo capaci. In realtà, il localismo non vince sul globalismo, ma rischia di far morire la mondialità. Il localismo crede di difendersi negando che la società (ovunque) può resistere e aver futuro se il mondiale entra nel locale (se ogni locale è mondiale!). Se dovessimo sintetizzare il “sogno” di Francesco nella Fratelli tutti, potremmo dire così: meno globalizzazione (se impone un solo stile diffondendolo) e più mondializzazione (se ognuno integra un mondiale che abita ormai ogni località).

Questo fa pensare che una della frontiere più delicate da proteggere, di questi tempi, non è quella per carcerarsi nella propria sicurezza. C’è da proteggere il “locale” (in ciascuno) dello spazio interiore. Il globalismo comincia a moderarsi coltivando un modo di pensare con la propria testa, con la propria fede, con la propria coraggiosa coerenza. Paradossalmente, le persone senza frontiera interiore sono anche le persone più “sfrontate” che, non avendo niente da gustare dentro di sé, perdono il senso del limite… Dicono semplicemente quello che pensano tutti, parlano quello che parlano tutti. Sfrontate nelle parole, e sfrontate nei gesti. Non avendo spazio interiore, si lasciano occupare da qualsiasi opinione, e quella opinione la vogliono globalizzare. Quando il Papa parla di “globalizzazione” dell’indifferenza, o dello scarto… credo ci inviti a guardare meglio al nostro spazio interiore. Sono anch’io uno “sfrontato” oppure sono capace di uno “spazio interiore”?

Ma resta la sfida di una fraternità da pensare, da pensare dentro il proprio spazio interiore, nella propria coscienza, nelle proprie parole. E non si tratta di globalizzare la fraternità (come si fa col mercato, con le banche, con le multinazionali), si tratta di lasciar entrare il mondo nel mio spazio. Lo diceva, con una bella immagine, un gesuita (come papa Francesco) alla fine degli anni ’30 del Novecento: «È tempo di far corrispondere alla curvatura geometrica della terra la curvatura del nostro pensiero» (Teilhard de Chardin). Se abitiamo una sfera non possiamo avere un pensiero “piatto”. È impossibile allontanarci dagli altri e farne a meno, visto che la terra è rotonda, li ritroveremo nel nostro cammino e non potremo farne a meno. Fratelli tutti è proprio un’enciclica che “curva” il pensiero: meno piattezza e meno spigoli, più circolarità e più morbidezza. Meno globalismo e più mondialità.

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