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Pizziol: «Sogno una Chiesa più piccola ma più “contagiosa” del virus»

Per il vescovo Beniamino la pandemia «sta provocando enormi risorse di fantasia, creatività e solidarietà».
di Andrea Frison

«Credo che la comunità cristiana della Diocesi sarà più piccola ma diventerà una testimonianza evangelica contagiosa, più del virus. Questo è il mio sogno». A dirlo è il Vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol che, sebbene il tempo di pandemia che stiamo vivendo induca a pensare che tutto sia fermo e che niente cambi, da parte sua sente «tutto in movimento, dal punto di vista personale, comunitario e sociale».

Eccellenza, partiamo dalla pandemia. Qual è il vissuto delle comunità cristiane in questa fase?

«C’è innanzitutto la preoccupazione per la diffusione del contagio che ha toccato molte persone delle nostre comunità: fedeli, religiosi e preti. C’è poi un senso di turbamento e di spaesamento, cioè la sensazione di abitare in un paese che non è più il tuo, per cui si sta più attenti all’osservanza delle norme, delle disposizioni, si cerca di ridurre gli incontri assembleari. Si rinuncia a stare con amici e parenti, io stesso non invito più nessuno a pranzo. Ma c’è anche un senso di fede nel Signore della vita e di giusta fiducia nelle capacità umane, tecniche, scientifi che, sanitarie, per uscire da questa emergenza».

Si domanda mai come sarà il futuro della nostra Chiesa locale quando sarà passata questa prova?

«Se sapremo cogliere insieme attraverso una riflessione profonda e non superficiale, in un confronto sinodale tra fedeli laici, religiosi e clero quello che il Signore ha detto alle nostre Chiese, allora vivremo “una nuova ripresa”, un “reinizio” con uno spirito nuovo, purificato, più umile e più disponibile al senso comunitario della pastorale. I segnali ci sono: vedo una maggiore concentrazione dello spirito e dell’impegno concreto sull’essenziale, ovvero la Parola di Dio, l’eucarestia, la solidarietà e l’annuncio del Vangelo. Credo che alla fine di questa pandemia troveremo comunità più piccole, più coese, più corresponsabili. Attraverso la sofferenza il Signore ci porta verso una purificazione personale ed ecclesiale ».

Il clero appare particolarmente affaticato e sembra che il lockdown abbia acuito alcune situazioni di difficoltà, come abbiamo raccontato in alcuni articoli. Cosa ne pensa?

«Il clero, al pari di tanti altri fratelli e sorelle, genitori, figli, nonni, lavoratori,operatori sanitari, politici, sta vivendo con molta fatica e apprensione questa emergenza, a livello personale, ecclesiale e sociale. Sono state messe in crisi le relazioni, gli impegni personali, gli incontri, la libertà di movimento e altri aspetti. Qui emerge una domanda di fondo: su chi e dove è costruita la mia vita, la mia persona, il mio ministero, le mie relazioni? È bene meditare, ancora una volta, sul Vangelo di Matteo, capitolo 7, versetti 24-27: la casa edificata sulla roccia o sulla sabbia. Se uno si isola e pretende di attraversare da solo, con le sole sue forze, questo tempo di pandemia, rischia di venirne travolto».

La difficoltà è dovuta alle Unità pastorali, secondo lei?

«Le Unità pastorali sono sorte nel 1992 da un’intuizione di don Valentino Grolla e poi di don Renato Tomasi, mancato negli scorsi mesi. Non sono solo una modalità organizzativa, ma un modo diverso di essere Chiesa che richiede laici responsabili e un prete che si dedica agli aspetti essenziali del suo ministero: la celebrazione dell’eucaristia, il servizio al Vangelo, la prossimità verso gli ultimi. Invece abbiamo laici che pretendono ancora che il prete ci sia dappertutto e sappia organizzare sagre, campiscuola, ristrutturazioni. La conversione pastorale verso un nuovo volto di Chiesa non è ancora avvenuta nel cuore dei preti e dei laici».

L’inaugurazione del Centro Diocesano “Onisto”, avvenuta nell’ultimo anno nonostante le difficoltà che conosciamo, pensa che possa aiutare in questa conversione?

«Sono veramente contento del percorso finora compiuto e vedo nel futuro immediato ulteriori sviluppi che possono aiutare la nostra diocesi a testimoniare il Vangelo di Cristo anche con il conforto dei mezzi necessari e indispensabili. Seppur dentro alle limitazioni e alle restrizioni dovute a questa emergenza, l’azione pastorale della Diocesi si è trasformata ma non è stata mai sospesa. Il nuovo centro diocesano ha continuato a svolgere le varie attività, con la presenza degli operatori pastorali, direttori e collaboratori, e molti incontri si sono svolti via social. Ma prima viene la comunione tra noi, poi l’organizzazione, gli strumenti e le strutture. Il problema non sono i mezzi, ma la comunità, è questo il terreno fertile. Credo che la comunità cristiana della Diocesi sarà più piccola ma diventerà una testimonianza evangelica contagiosa, più del virus. Questo è il mio sogno».

Durante la prima ondata ha rivolto molta attenzione alla scuola, di tutti i livelli. È preoccupato dal mancato ritorno in classe e da cosa questo significhi per il vissuto degli studenti e delle loro famiglie?

«Sono molto preoccupato per quello che riguarda l’impegno e il compito fondamentale di una società civile e di una comunità ecclesiale: la formazione delle nuove generazioni, dove per “formazione” intendo sia la dimensione scolastica-civile che quella religiosa-spirituale. Dal mio punto di vista, la formazione dei giovani deve essere una delle scelte prioritarie a livello politico, ecclesiale, economico e sanitario. Bisogna fare di tutto perché i nostri ragazzi tornino nelle loro scuole, nelle aule di catechismo, non solo per continuare la loro formazione culturale e religiosa, ma per condividere insieme con gli adulti (docenti, catechisti, personale ausiliario) questo tempo difficile di emergenza, ma anche per farlo diventare un tempo di crescita umana, sociale su tutti i fronti della propria esistenza. Non è importante trovarsi insieme in classe solo per studiare Dante, ma perchè insieme si impara ad esser utili alla società».

In momenti come questo viene da pensare che tutto sia fermo, che niente cambi. Nota, invece, dei segnali di speranza emergere nella nostra realtà, nonostante la pandemia?

«Da parte mia sento tutto in movimento. Dal punto di vista personale, comunitario, sociale. Questa pandemia e questi condizionamenti, anche difficili da accettare, stanno provocando enormi risorse di fantasia, di creatività, di solidarietà. Se sapremo vivere con saggezza, con fiducia questa emergenza, ne usciremo migliorati, più umani, più consapevoli dei nostri limiti e delle nostre fragilità e quindi più desiderosi di lavorare insieme in modo più umile, più efficace, senza individualismi e narcisismi».

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