Editoriali

Sogni e manganelli

Qualche notte fa ho sognato che, inseguito, stavo fuggendo. Non credo ci sia bisogno di scomodare la psicoanalisi per comprendere il significato di un tale sogno. Del resto, prima o dopo, e soprattutto alle soglie della famigerata “mezza età”, tutti possiamo essere attraversati da un desiderio di fuga. Me lo confermano altri amici preti e tanti genitori dei ragazzi in parrocchia. Davanti alle responsabilità che si fanno talvolta opprimenti, ai problemi che ci pare di non riuscire a risolvere o ad una routine deprimente, ci sono piuttosto due cose che potremmo fare. La prima consiste nel prendere la giusta distanza emotiva dalle difficoltà.

Nel Vangelo si racconta come Gesù spesso, per non essere schiacciato dalla folla, salisse su una barca. La cosa sorprendente è che non fuggiva via: si discostava dalla riva quel tanto che bastava per poter continuare a parlare con la gente, ma senza essere travolto dalla loro presenza e dalle loro richieste. La seconda cosa che possiamo fare, o meglio che dovremmo fare, dinnanzi alla tentazione di fuga dalla realtà attuale, è tornare al sogno, questa volta a quello originario, quello che ci ha portato a compiere determinate scelte di vita e ad essere ciò che siamo. Perché se uno si è sposato, è diventato prete, si è consacrato, ha messo al mondo dei figli o ha compiuto certi studi, ha intrapreso una determinata professione, si è speso per un ideale… si pensa che non l’abbia fatto così, per noia, per sbaglio o per ripiego, ma perché aveva un sogno nel cuore. Ed è esattamente a quel sogno, che affonda in genere le sue radici nell’adolescenza o nella primissima giovinezza, che è necessario tornare per ritrovare la forza morale e la serenità necessarie per restare, nonostante tutto. Si tratta di vivere una fedeltà, prima ancora che alla parola data, al proprio sogno. Non permettendo alla difficoltà presenti di trasformare il sogno in incubo o di farci pensare che solo di illusione si trattasse.

Ecco allora perché i sogni, soprattutto quelli dei ragazzi non si toccano. Ed ecco perché non avremmo mai voluto vedere oggi, nel 2024, in Italia, la polizia che, in tenuta antisommossa, carica a colpi di manganello un corteo di studenti della scuola superiore che manifesta per la pace e il cessate il fuoco in Palestina. Se perfino il presidente Mattarella è intervenuto su quanto accaduto a Firenze e a Pisa la scorsa settimana, significa evidentemente che un grave limite è stato superato e che nel nostro Paese ci sono segnali preoccupanti di una deriva autoritaria che mette a rischio la tutela della persona e dei suoi diritti fondamentali. Certo si potrà dire che in quei cortei si erano infiltrati gruppi facinorosi, che c’è stato il tentativo di uscire dai percorsi concordati, che mancavano delle autorizzazioni… ma tutto questo non giustifica né ridimensiona la grave responsabilità degli agenti che hanno preso a manganellate ragazzi disarmati, mandandone diversi all’ospedale. Da bambino, mi impressionò molto un fatto riportato nel sussidiario delle elementari: il generale Bava Beccaris che a Milano cannoneggiava la folla disarmata durante i “moti del pane” del 1898. Chissà se queste cose si insegnano ancora ai ragazzi.

Ma attenzione perché ci sono molti altri modi, oltre alla repressione fisica, per prendere a manganellate i sogni dei ragazzi. Con il pragmatismo che facilmente scivola nel cinismo; con l’egoistica resistenza al cambiamento; con l’attaccamento ai privilegi e al potere; con atteggiamenti di possesso e di controllo… credo che in fondo sia proprio di tutto questo che a volte rischiamo di essere sia vittime che complici. Stiamo dalla parte dei sogni, non dei manganelli.

Alessio Graziani

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