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Silvia De Munari: «Con la nonviolenza contribuiamo a costruire un mondo più giusto»

Silvia De Munari volontaria internazionale di “Operazione Colomba" racconta l'esperienza accanto a contadini minacciati da gruppi armati.
di Lauro Paoletto

La Comunità di Pace di San José de Apartadò in Colombia è una esperienza unica nel suo genere di resistenza e lotta nonviolenta. Nata nel 1997 i contadini che la abitano e la animano (circa 500) rifiutano l’uso delle armi e di fronte ai vari gruppi armati legali ed illegali e a un conflitto che insanguina il Paese da decenni, portano avanti un’esperienza di pace, con un’economia alternativa, per costruire relazioni positive.  Per questa ragione nella comunità è vietato portare armi, bere alcolici, coltivare coca, c’è la proprietà collettiva e il lavoro comunitario.

Silvia De Munari, 34 anni, originaria di Bolzano Vicentino, da sette anni vive accanto a questi contadini come volontaria di “Operazione Colomba”, il corpo nonviolento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII. I contadini, infatti, vivono continuamente sotto minaccia dei gruppi paramilitari. Solo la costante scorta dei volontari e delle volontarie internazionali ha consentito che in questi anni non fosse ucciso nessuno.

Mercoledì scorso, nell’ambito della Settimana internazionale per il disarmo, la De Munari, in Italia in questi mesi a causa del Covid, ha portato la sua testimonianza. L’abbiamo raggiunta al telefono. «La scelta di nonviolenza della Comunità di Pace di San José de Apartadò – ci spiega – non è solo il rifiuto dell’uso delle armi, ma anche il voler costruire relazioni positive, un’economia alternativa. È una nonviolenza attiva che dice che ognuno di noi può contribuire a cambiare le cose».

La comunità si trova al nord della Colombia, al confine con Panama in una zona strategica, considerata il miglior angolo dell’America Latina che rappresenta anche il corridoio del narcotraffico. È un terreno ricchissimo di carbone.

Silvia De Munari, prima a sinistra con alcuni bambini mentre sorseggiano il tinto

«Noi siamo lì da 11 anni – continua  Silvia -. Siamo in 4 volontari e volontarie e usciamo sempre in due, per ragioni di sicurezza. La nostra attività è scortare i contadini e le contadine. Abbiamo una maglietta di riconoscimento arancione (vedi la foto grande) e la nostra presenza, per il fatto di essere internazionali, contiene l’uso della violenza da parte dei gruppi armati.

La nostra è una presenza neutrale come osservatori internazionali e non possiamo fare alcun lavoro manuale. Camminiamo al fianco di queste persone, specie quelle più minacciate di morte, in un territorio molto complesso con percorsi difficili da percorrere con muli, perché non ci sono strade ma sentieri. Loro ci dicono che è possibile scegliere di dire no alla guerra e trovare una alternativa per vivere in mezzo al conflitto senza farne parte».

Silvia ci racconta che mesi fa si è trovata «a dover raccogliere il corpo di un giovane di 22 anni (non facente parte della Comunità di pace) che non aveva voluto vendere il suo terreno ai gruppi armati illegali. Quando ti trovi in situazioni del genere – sottolinea – non puoi più tacere. Questi contadini parlano e rischiano la vita per denunciare tutto ciò che accade. Anch’io, soprattutto negli ultimi anni, mi dico “Io parlo” e  sento di doverlo fare per far conoscere ciò che succede in quelle terre lontane : una volta che hai visto non puoi più rimanere in silenzio».

«Uno degli insegnamenti che ho ricevuto da questa comunità è capire quanto tutto sia interconnesso» e qui il riferimento va naturalmente alla Laudato Si’: «Leggendola sembra di sentire parlare questo gruppo di contadini che, dal basso, portano avanti una resistenza popolare e mettono in pratica molti degli aspetti indicati da Francesco».

Quello di Silvia non è un lavoro. Lo dice chiaramente: «È una scelta di vita. Lì noi non riceviamo uno stipendio. La peculiarità di Operazione colomba è quella della condivisione. Abbiamo una casetta in legno come ce l’ha questa gente, per dire loro che anche la mia vita vale quanto la tua. Noi scegliamo di vivere quello che altri sono costretti a vivere». La sua scelta trova il pieno appoggio della sua famiglia. «È importantissimo il sostegno di papà, mamma, di mia sorella e dei miei due fratelli»

La volontaria vicentina è arrivata in Colombia come naturale maturazione di un percorso di vita. «Ho sempre avuto un’attenzione particolare nei confronti delle ingiustizie, fin da quando ero ragazza a scuola. Poi ho fatto il volontariato in Caritas, il servizio civile in Cile e lì ho conosciuto il progetto della Comunità Papa Giovanni che mi ha portato a stare in questo piccolo posto sperduto nella selva. Ma da questo posto sperduto stanno uscendo grandi speranze».