Editoriali

Sì al bene, no al disprezzo del povero

di Lauro Paoletto

Certe volte viene il dubbio che per capire le scelte dei leader politici (soprattutto quelli con una personalità forte) potrebbe essere utile una seduta di psicanalisi per vedere se certe ossessioni che manifestano, si spiegano, magari, con traumi subiti da piccoli.

È il caso, questa volta, del vicepremier nonché ministro dell’Interno Matteo Salvini che non sembra reggere chi fa il bene indistintamente, a tutti, senza chiedere documenti e origini. È quello che si ricava dal suo recente attacco violento alle realtà impegnate in attività solidali, Caritas comprese. Di fronte all’annuncio, infatti, delle Caritas di Treviso e Vittorio Veneto che non avrebbero partecipato ai nuovi ridotti bandi per l’accoglienza, il vicepremier ha twittato (come gli si addice) “La mangiatoia è finita. Chi speculava per fare “integrazione” dovrà cambiare mestiere”.

Di fronte a simili reazioni c’è da chiedersi se da piccolo il prode capitano leghista abbia sofferto particolari affronti o soverchierie. Questo potrebbe spiegare questa sua specie di fobia verso l’attenzione e la solidarietà nei confronti dei più deboli, dei più poveri che sempre più spesso si palesa. Salvini sembra non tollerare che si faccia del bene agli altri. Sembra quasi esserne geloso. È più forte di lui.

Ma i fatti di questi giorni sono seri e preoccupanti; la spiegazione psicanalitica non regge neanche come giustifi cazione benevola. Quello che emerge è un’idea chiara di comunità, dove la dignità della persona sembra un requisito attribuito in modo selettivo e non proprio di ogni essere umano.

Su Avvenire di qualche giorno fa l’economista Stefano Zamagni è andato all’origine di questo atteggiamentoclassificandolo, in modo molto signifi cativo, con il termine greco “aporofobia” che vuol dire “disprezzo del povero”. Si tratta di un atteggiamento che si concretizza nell’odio verso gli ultimi e l’insofferenza verso chi cerca di dare risposte concrete alla povertà, al bisogno di speranza da parte dei più fragili. Qualcuno al riguardo nota che stiamo assistendo a una guerra sociale scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi con la classe media che negli anni recenti si è trovata a perdere progressivamente posizioni. Tra i leader politici c’è chi ha scoperto che può lucrare consenso alimentando questa guerra tra ultimi e penultimi, arrivando a indicare la povertà come una colpa.

In tutto questo l’azione in atto da mesi da parte del Governo appare chiarissima: indebolire il Terzo settore e tutte quelle realtà (molte delle quali cattoliche, espressione del tessuto ecclesiale, quali sono le Caritas, che sopperiscono spesso alle negligenze e inefficienze dello Stato) che si fanno carico di chi non ha nulla, di chi è ai margini, di chi non porta voti né tanto meno vantaggi economici. Si è cominciato con la minaccia sull’Ires per il non profit di inizio anno. Ad oggi la riforma (cruciale) del Terzo settore ancora attende una dozzina di decreti attuativi. Il Consiglio nazionale del Terzo Settore, poi, che dovrebbe essere convocato ogni tre mesi, è stato convocato per la prima volta a meta aprile dal giugno 2018. Ancora: i fondi pubblici per il sociale vengono sottratti al terzo settore per essere poi reindirizzati allo Stato.

E così l’allarme di Zamagni non lascia spazio a dubbi: «Ora – dichiara – non possiamo commettere l’errore storico di stare alla finestra e non denunciare quanto sta succedendo. Sarebbe come commettere un peccato di omissione».

La solidarietà sembra diventata una colpa da perseguire, il bene non un valore, ma un virus pericoloso. Al massimo lo si può perseguire a livello personale. Senza disturbare però. Noi siamo convinti che il Bene, prima o poi vince. E conta molto di più di un risultato elettorale.

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