Editoriali

Se il bene (o il male) sono dalla parte sbagliata

Sono perfettamente consapevole di avventurarmi in un campo a dir poco minato. Ma penso anche che il nostro giornale non debba aver paura delle critiche dei benpensanti o, di come si dice oggi, del “politicamente corretto”. Viviamo in un mondo strano in cui, per difendersi dai totalitarismi del passato, spesso si finisce per crearne di nuovi e di non meno intolleranti. E per combattere (giustamente) i fondamentalismi si rischia di divenire integralisti a propria volta, sposando una visione del mondo e della vita che si potrebbe definire “manichea” perché distingue nettamente il bene dal male, la verità dall’errore, senza ammettere sfumature e semplificando pericolosamente la complessità del reale, finendo con l’instaurare di fatto nuove ideologie. Si badi che la Chiesa ha sempre considerato il manicheismo un’eresia e che la parola eretico indica non tanto chi sostiene una falsità, ma chi prende solo una parte della verità e la esaspera sino a deformarla, sino a farne una caricatura di sé stessa. Del resto è probabilmente proprio dell’essere umano cercare di mettere ordine nel disordine con una narrazione rassicurante della storia, che divida tout court i buoni dai cattivi, i cowboy dagli indiani, le guardie dai ladri, salvo poi – magari a distanza di secoli – dover chiedere scusa e riconoscere che le cose in realtà non stavano esattamente così.

Tutto questo preambolo, per arrivare a dire che l’esecrabile, ingiustificabile, odioso terrorismo di Hamas ha trovato, nella sua folle e cieca violenza, terreno fertile in anni e anni di discriminazioni e limitazioni che il popolo palestinese ha dovuto subire, trovandosi ospite e prigioniero nella propria stessa terra. Non si tratta qui di una guerra di religione o di una questione di antisemitismo, ma di una problematica di natura meramente geopolitica che si vorrebbe però ammantare (e pericolosamente mistificare) di altri significati, rischiando di gettare benzina su un fuoco, quello mediorientale, che potrebbe essere solo la miccia di una pericolosissima polveriera. Lo Stato di Israele non può essere identificato con il popolo di Israele o con l’ebraismo nel loro insieme. E se noi non esprimeremo mai abbastanza la nostra vicinanza e il nostro affetto a questo popolo, ricordando quanto ha subito nei secoli sino all’orrore dell’olocausto (questo sì davvero, male assoluto), ora non possiamo disconoscere le responsabilità dello Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese e delle miserande condizioni di vita cui questo è stato troppo a lungo relegato.

Ma per dire come noi oggi facciamo davvero tanta fatica ad ammettere che a volte il bene e il male si manifestano anche dalla parte “sbagliata”, dove non vorremmo che ci fossero, perché questo mette in crisi la nostra narrativa del mondo, potremmo fare anche un esempio al contrario, quello del film, appena uscito nelle sale cinematografiche, “Comandante”. Pierfrancesco Favino vi interpreta la parte di Salvatore Todaro (1908–1942), comandante della Regia Marina fascista durante la seconda guerra mondiale. Con il suo sommergibile affondò numerose navi nemiche, ma poi si prodigò sempre per salvarne i naufraghi, in nome di una “legge del mare”, di una “italianità” o più semplicemente di una “umanità” che per lui venivano prima di ogni altra appartenenza ideologica o militanza politica. Sì, Todaro era indubbiamente dalla parte sbagliata, ma questo non gli impedì di compiere atti eroici nel bene, tanto da essere sprezzantemente definito dai nazisti “buon samaritano del mare”.

Il film, come era da aspettarsi, sta facendo discutere. Ma intanto è consolante e dà speranza scoprire che luci di bene ci sono state, nelle ore più buie della storia, anche dalla parte sbagliata.

Alessio Graziani

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