Territorio

«Scappata per salvare mia figlia dall’infibulazione»

Amalle ha 28 anni, è eritrea e da giugno vive con i due figli a Montecchio Maggiore, nella parrocchia di Santa Maria e San Vitale, grazie al progetto dei "Corridoi Umanitari"
Amalle (sulla sinistra), con alcuni volontari del progetto promosso da Caritas e finanziato dalla Cei. Sullo sfondo i due bambini giocano con la palla
di Marta Randon

Gli occhi di Amalle (si pronuncia Amalé) parlano per lei. Sono profondi, lo sguardo è immobile, spaesato ma vigile, di chi ha visto e vissuto sulla propria pelle sofferenze e ingiustizie. Ha 28 anni, è eritrea (etnia Kunama e religione cristiana) e ha due bimbi, di 8 e 3 anni. È una mamma coraggiosa decisa a regalare alle sue creature un futuro migliore. Da sei mesi vive con loro nel quartiere di Santa Maria e San Vitale a Montecchio Maggiore, in un appartamento della parrocchia, grazie al progetto nazionale dei “Corridoi umanitari”, istituito e finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana per favorire l’ingresso legale e sicuro nel nostro Paese di persone richiedenti protezione internazionale e provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. È atterrata a Roma il 27 giugno scorso dopo mesi trascorsi in un campo profughi etiope.

«Sono scappata dal mio Paese perché non volevo che mia figlia subisse quello che ho subito io: l’infibulazione. Se non ci si sottopone a questa pratica nell territorio in cui vivevo non sei considerata una persona, non fai parte della società – racconta nella sua lingua, tradotta dalla mediatrice culturale Stefania Fratta -. Il padre della mia bimba è in prigione. Ringrazio Dio ogni giorno per essere qui, non mi sembra ancora vero».

Amalle e i suoi figli sono stati selezionati da Caritas Italiana direttamente dai campi profughi in Etiopia (500 persone previste in due anni, secondo il protocollo finanziato con fondi Cei 8×1000 che prevedono un contributo di 15 euro al giorno per beneficiario). È arrivata a Montecchio perché la Diocesi di Vicenza ha aderito al progetto “Protetto- rifugiato a casa mia/Corridoio umanitario Etiopia-Italia”. «Qui ho trovato la famiglia che non avevo – racconta -. Ero piena di ansia, di paura, ma non mi sarei mai aspettata niente di meglio per la mia famiglia. Voglio imparare bene l’italiano e trovare un lavoro, per mantenermi; qualsiasi cosa va bene. Mi piace molto cucinare».

La giovane è seguita da 15 volontari, vero fulcro del progetto di integrazione, che per accoglierla al meglio hanno frequentato un corso di formazione di due anni. «Non aveva mai vissuto in un appartamento quindi le abbiamo dovute insegnare tantissime cose, per noi semplici e banali – spiega Agostino Pilati, parte dell’équipe dei volontari di Montecchio -. Non sapeva gestire il denaro, ora sa fare la spesa al supermercato, prende l’autobus e accompagna i figli a scuola». Amalle in questi mesi è stata coinvolta in varie iniziative: quest’estate, ad esempio, i volontari l’hanno accompagnata in montagna a vedere come si mungono le mucche, attività che la giovane mamma non conosceva.

La comunità di Montecchio Maggiore, dopo un’iniziale titubanza riguardo l’arrivo di una famiglia di profughi, l’ha accolta a braccia aperte. «Una mia vicina di casa mi ha insegnato a preparare il riso con le verdure, anche se i miei figli ancora non si sono abituati alla cucina italiana» dice Amalle sorridendo. «Attorno a loro si è formata una rete, affinché si sentano a loro agio e con il tempo trovino la loro completa autonomia ed indipendenza – continua Pilati -. Stiamo lavorando bene e la famiglia è stata davvero presa a cuore dalla comunità».

Giacomo Peretto, referente del progetto per la Caritas Vicentina, ricorda con piacere il momento in cui è andato a prendere l’eritrea e i due bambini all’aeroporto Fiumicino di Roma: «Prima di essere arrivati dei richiedenti asilo, dei rifugiati, dei migranti, sono arrivate delle persone – osserva -. Credo che questo sia il risultato più bello. È vero che 500 persone sono la goccia di un oceano, ma i corridoi umanitari dimostrano che è possibile gestire i flussi migratori rispettando la dignità umana ed evitando le morti in mare ».

Amalle e figli, dopo neanche cinque mesi dall’arrivo, hanno ricevuto lo stato di rifugiati e, quindi, il permesso di soggiorno (con le conseguenti carte d’identità, tessere sanitarie, codici fiscali, iscrizione a scuola, medico di base). Questo è un altro vantaggio dei corridoi umanitari: uno straniero, che ha i requisiti per chiedere asilo politico, che entra nel nostro Paese in modo diverso, mediamente riceve il permesso di soggiorno dopo due anni.

«I risultati ottenuti a Montecchio Maggiore – afferma il direttore di Caritas Vicenza don Enrico Pajarin -, dimostrano che il progetto è efficace perché sa dare veramente una prospettiva di vita diversa a persone che fuggono da guerre e persecuzioni. Inoltre offre un senso di sicurezza e protezione alle comunità accoglienti».

Anche per questo la Diocesi di Vicenza ha deciso di replicare l’esperienza, questa volta nel Vicariato di Bassano del Grappa dove si sta già formando un gruppo di volontari. A fine gennaio, inizi febbraio 2019 sono previsti gli ultimi arrivi nel nostro Paese dei 500 profughi individuati da Caritas Italia. Il territorio bassanese ha dato la sua disponibilità e rimane in attesa di ospitare un’altra famiglia composta, al massimo, da cinque persone.