Editoriali

Salvini e il rosario. Una scelta netta

di Lauro Paoletto

Un leader navigato e smaliziato come Matteo Salvini che spende somme molto ingenti di denaro (pubblico, quindi anche nostro) per farsi curare la comunicazione da uno staff denominato “La bestia”, non può certo aver lasciato al caso, o peggio, a un improvviso rapimento mistico la chiusura di sabato scorso del comizio di Milano a una settimana dalle elezioni europee.

Non occorre essere un fine analista politico o un esperto di comunicazione per indovinare che i proclami pseudoreligiosi (peraltro conditi da vergognosi attacchi a papa Francesco) distribuiti a piene mani ai convenuti nel capoluogo lombardo, sono frutto di un preciso calcolo politico e di una altrettanto calibrata campagna mediatica. In questi mesi abbiamo avuto molti esempi in cui l’azione del leader leghista è stata dettata dal preciso calcolo di quale gesto avrebbe reso di più in termini di consensi. Si potrebbe quindi dire, parafrasando un famoso adagio: “Un voto val bene un rosario”. Evidentemente anche tra i cattolici certi messaggi e invocazioni hanno una presa elettorale e non solo spirituale. E Salvini ha deciso di fare quello che ha fatto perché sa che c’è un parte di mondo cattolico ultraconservatore pronto a seguirlo perché si riconosce in un cattolicesimo xenofobo, anti islamico, aggressivo, impastato di un’identità declinata in chiave nazionalistica.

Il leader leghista avrà anche messo in conto la reazione di una parte signifi cativa di cattolici giustamente indignati per un gesto che dimostra disprezzo per simboli che per molte donne e uomini rimandano al mistero profondo di Dio. Basterebbe al riguardo il commento lapidario del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin per liquidare la faccenda: “Credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso”. Giusto per rimettere al loro posto i fondamentali ed evitare pericolose confusioni. Ma molti sentono il bisogno di prendere parola, di dire che il limite è colmo. E così in rete si susseguono i messaggio anticipati dal “Non possiamo tacere”, una sorta di mantra che evidenzia questa necessità. Intanto la frattura all’interno del mondo cattolico appare più netta che mai. Le diverse sensibilità sono sempre esistite, ma oggi la differenza è rappresentata dal fatto che sono in gioco alcuni punti nevralgici della convivenza civile: i diritti umani, la dignità della persona, l’idea di democrazia, con una possibile deriva che si annuncia molto preoccupante. Davvero tutto questo può essere indifferente per un credente? È possibile ritrovare un minimo comun denominatore che ci permetta di lavorare assieme almeno per “le fondamenta” della città dell’uomo? È un interrogativo pesante, dall’esito non scontato.

Sulla fede di ciascuno, leader politici compresi, ricordiamo, peraltro, che non basta proclamarsi cattolico per esserlo. La storia ricorda più di qualche dittatore che si definiva appartenente a Santa Romana Chiesa. Le scelte concrete però andavano in ben altra direzione.

Quello che abbiamo imparato è che la fede non può essere un orpello da esibire, ma è una relazione da vivere (con il Signore) e che per essere credibile deve avere delle ricadute sulla vita personale e comunitaria. In questo senso la Parola di Dio non dà (mai) indicazioni di voto, ma indica in modo chiaro alcune scelte concrete. “Ero forestiero e mi avete accolto”, tanto per fare un esempio, non è uno slogan di un nostalgico cubano.

Nel fine settimana dedicato al Festival Biblico forse da lì ci viene un’indicazione di metodo preziosa: ripartire, seriamente, umilmente e con grande rispetto dalla Parola. Per un credente, da qualsiasi parte voti, quello è il criterio ispiratore e di discernimento per valutare le azioni proprie e altrui, al di là di cosa dice il proprio leader politico di riferimento. Il resto appartiene alla propaganda e se questa manca di rispetto a ciò che per un credente è essenziale, è giusto non tacere.

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