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Don Ruaro: «Bisogna valorizzare i funerali e “investire” in queste celebrazioni»

Alcuni preti in diocesi devono occuparsi di 150-200 riti delle esequie ogni anno e i numeri sono destinati ad aumentare. Il direttore dell'Ufficio liturgico: «Capisco l'affanno, ma il funerale è un'importante opportunità pastorale».
di Marta Randon

«È necessario riscoprire l’opportunità pastorale offerta dai funerali e investire su questo. Capisco la difficoltà di alcuni preti di gestire i “tempi tecnici”, ma è questione di organizzazione». Ne è convinto don Pierangelo Ruaro, direttore dell’Ufficio liturgico della diocesi di Vicenza. 

Don Ruaro, ci sono parroci che si trovano a dover celebrare 150 funerali l’anno. Non ce la fanno.

«Il problema del numero dei funerali c’è, è oggettivo e capisco la fatica di alcuni sacerdoti. L’unica soluzione è smettere di occuparsi di alcune cose e delegarle ai laici. Nella sintesi diocesana del primo anno del cammino sinodale uno dei punti emersi riguardo il celebrare è “valorizzare le celebrazioni esequiali come opportunità pastorale di incontro con le famiglie”. La celebrazione delle esequie è ormai l’unico modo per entrare nelle case e incontrare persone che non frequentano la parrocchia. Il funerale è una “soglia” anche per chi non crede o è lontano dalla Chiesa. Ripeto, è un’opportunità da non perdere e va sviluppata».

Don Pierangelo Ruaro, direttore dell’Ufficio liturgico della diocesi di Vicenza

Deve cambiare la gestione delle parrocchie. Ma come?

«Il lavoro dei sacerdoti potrebbe essere alleggerito. Stiamo continuando a gestire le parrocchie come un tempo, quando i preti erano molti di più. Serve un cambio di mentalità anche da parte dei parrocchiani: vorrebbero che il prete continuasse a fare tutte le cose che faceva prima perché “si è sempre fatto così”. Non è più possibile». 

Concretamente com’è possibile gestire la mole di funerali da celebrare?

«I preti sono impegnati con tante parrocchie e si ritrovano ad avere una serie di incombenze tecnico – amministrative che non possono delegare completamente e che tolgono tempo prezioso al rapporto con le persone  (quindi anche alla possibilità di occuparsi in modo speciale della morte di un parrocchiano). Su questo è in corso una riflessione e auspichiamo che si arrivi a qualche decisione concreta. Sicuramente però qualcosa si può già delegare o riorganizzare: le celebrazioni feriali, ad esempio, possono essere ridotte, e il funerale può prenderne il posto. È chiaro che se ci sono già due messe al giorno e si aggiunge un funerale è il caos. Le soluzioni per gestire meglio i “tempi tecnici” ci sono».

Al posto delle esequie con la messa che possono essere celebrate solo da un sacerdote, la liturgia della Parola può essere celebrata da preti o diaconi. Qual è la differenza tra le due?

«Per chi in vita ha condiviso il cammino della comunità cristiana e l’appuntamento eucaristico, la celebrazione esequiale con la messa è naturale perché il funerale diventa  l’ultima eucarestia del defunto con la sua comunità. Ora, se il funerale va garantito a tutti, sarebbe giusto che la ritualità rispondesse al vissuto della famiglia. Per questo, in caso di defunti credenti, ma non abituali frequentatori della parrocchia, si può proporre la celebrazione nella Liturgia della Parola che non va considerata una celebrazione di serie B. Se il defunto o la famiglia non hanno mai (o poco) frequentato la parrocchia è il rito più corretto. Per questo la scelta di alcuni parroci, a motivo del Covid, di celebrare per tutti le esequie nella Liturgia della Parola mi è difficile da capire. Tra l’altro se la messa ha una struttura predefinita, la Liturgia della Parola chiede di essere preparata ogni volta. Non si risparmia tempo, la fatica rimane».

La figura del ministro della consolazione è una risorsa utile. Che ruolo e responsabilità ha?

«I ministri della consolazione sono certamente una risorsa utile. Già da anni, nella maggior parte delle comunità, la veglia funebre è affidata alla suore, ai gruppi ministeriali o a qualche altra persona della parrocchia o Unità Pastorale, senza la presenza del parroco. Il ministro della consolazione ha sgravato i sacerdoti di alcune tappe della ritualità completa del rito delle esequie che , nel suo insieme, porta via molto tempo. Il primo scopo del ministro della consolazione, tuttavia, non è semplicemente alleggerire il lavoro del parroco, ma far passare l’idea che anche l’annuncio della vita eterna ci riguarda tutti come battezzati. Non è solo il prete ma è la comunità cristiana che annuncia la propria fede nella Resurrezione. 

È vero comunque che, di fatto, alleggerisce perché si occupa della preghiera in famiglia,  della chiusura della bara, della veglia funebre, dell’accompagnamento al cimitero, della preghiera quando arriva l’urna con le ceneri in caso di cremazione. A Vicenza da tempo il prete non si presenta più alle celle mortuarie, ma aspetta sul sagrato della chiesa.

Alcuni sacerdoti vorrebbero che anche la celebrazione esequiale nella liturgia della Parola potesse essere guidata da un laico formato. È possibile?

«Anche se l’indicazione del Codice di Diritto Canonico, che considera la celebrazione dei funerali tra le funzioni affidate in modi speciale al parroco, non impedisce la possibilità di una delega in determinate occasioni, tuttavia il Rituale delle Esequie affida alle Conferenze episcopali e non al singolo vescovo «stabilire se deputare i laici per la celebrazione delle esequie». Non è quindi possibile prendere una decisione come diocesi. Devono essere i vescovi italiani a rimettere in discussione l’indicazione, ascoltando i veloci mutamenti in atto nelle nostre chiese. Ripeto: è necessario riscoprire l’opportunità pastorale dei funerali, non cercare di evitare di celebrarli o fare di tutto per delegarli».

A proposito di cremazione. È una scelta in crescita. Perchè?

«La cremazione è nata come gesto anticristiano. Oggi è un gesto ecologico, economico, di spazio, scelto anche da chi ha fede. Avendo perso la motivazione originaria, la cremazione oggi è accettata dalla Chiesa».