Cultura

Roberto Keller, esploratore della “biodiversità culturale” del Vecchio Continente

L'editore Roberto Keller (foto di Lucia Baldini).
di Andrea Frison

«La letteratura unisce perché racconta le diversità». Ne è convinto Roberto Keller fondatore e direttore della casa editrice Keller di Rovereto che dal 2005 scava ed esplora tra le molteplici culture locali e i confini che vanno e vengono della mitteleuropa e dell’Europa orientale. Un progetto culturale unico nel suo genere, che negli ultimi anni ha ricevuto a livello nazionale sempre maggiore riconoscimento e impegnato a dare voce a romanzieri, reporter e saggisti di una parte d’Europa che spesso si tende ad osservare con sguardo omologante. Roberto Keller è inoltre organizzatore della rassegna estiva ‘Geografie sul Pasubio‘ che si svolgerà al Rifugio Lancia il 28 agosto, al confine tra le province di Vicenza e Trento.

Come è nato questo interesse per la letteratura mitteleuropea e “di confine”?

«È partito tutto dalla mia curiosità di lettore e dalla mia storia familiare. Mio nonno, Trentino, ha fatto il manovale e per diverse stagioni è andato a lavorare a nord delle alpi, a contatto con quell’anima tedesca che attraversa tutta l’Europa centrale e centro-orientale. Nelle storie dei miei nonni e nei libri che si leggevano, il “confi ne” era sempre qualcosa di subìto, un luogo di contrasto e di guerra, in Trentino come in Veneto o in Friuli. A me piaceva invece pensare al confine come opportunità di incontro. E così siamo andati a vedere cosa accadeva sui confini che abbiamo qui vicino e abbiamo scoperto un sacco di cose interessanti».

Che immagine di Europa emerge da questa ‘esplorazione’?

«Negli anni ci siamo resi sempre più conto che questa Europa ha tutta una serie di confini e tutta una serie di identità nazionali che tutt’oggi esistono: minoranze linguistiche, enclave, memorie che diventano letteratura. L’Europa è un continente più complesso di quello che pensiamo, ricco di “biodiversità” umana e culturale, di sedimenti che restano nelle storie familiari, dei villaggi, delle etnie. Una complessità che si riflette in molta letteratura europea».

Confini ed etnie sono state al centro del conflitto nei Balcani, scoppiato vent’anni fa in Slovenia e poi diffusosi su tutto il territorio dell’ex Jugoslavia. Che “panorami letterari” restituisce quell’area?

«A mio avviso la guerra nei balcani è un tema ancora molto vivo. Dal punto di vista editoriale, esistono però autori riconosciuti su tutto il territorio balcanico per la capacità di unire, mentre quelli più giovani si sono ritrovati alle prese con una ridefinizione di un’identità nazionale. L’altro aspetto interessante è che questi scrittori di “seconda generazione”,rispetto a quelli che hanno vissuto la guerra,scrivono in francese, in tedesco, in ingleseguardando da lontano quello accaduto vent’anni fa. Un fatto non molto diverso da quanto accaduto in Tirolo con gli scrittori di lingua tedesca che si sono ritrovati in una patria che non era più quella di prima e che sono stati costretti a convivere con l’esilio».

Un altro confine che spesso esplorate in diversi volumi pubblicati dalla vostra casa editrice è quello con la Russia. Che rapporto ha l’Europa con questo sui vicino così incombente?

«Per rispondere parto dalle mie letture, da quello che ho capito leggendo autori dell’est. Noi occidentali facciamo ancora molta fatica a comprendere la paura che hanno alcuni Paesi di quella che è stata l’Unione sovietica. Sono paesi che hanno conosciuto la presenza russa come un pericolo per la loro sopravvivenza. Lo storico Timothy Snyder definisce in un libro le terre che vanno dal Mar Baltico al Mar Nero “blood lands”, “terre di sangue”. Allo stesso tempo c’è un rapporto di attrazione.Un’ambiguità riassunta nel detto: “Un russo quando ti salva, ti conquista”».

Anche in quel territorio è in corso un conflitto, in Ucraina.

«Non credevo possibile un confl itto come quello in Ucraina ma esiste e dobbiamo rifletterci sopra. Non è un problema di facile soluzione, esistono interessi economici, politici e geopolitici ma anche conflitti etnici che rendono difficile l’intervento internazionale. Di sicuro gli autori ucraini si aspettavano molto più sostegno dall’Europa».

A proposito di Europa, uno dei volumi più recenti che avete pubblicato si intitola “Il sogno europeo”. Qual è questo sogno?

«La letteratura unisce perché racconta le diversità, e conoscere gli altri popoli ci offre un elemento in più di comprensione reciproca da cui è più facile partire. Una cosa che l’Unione europea ha sempre cercato di fare, per superare i luoghi comuni. ‘Il sogno europeo’, in questo senso, è illuminante perché identifica gli elementi fondativi dell’Ue come i diritti civili ma apre la riflessione su un tema importantissimo: i rapporti con le ex colonie. Tocca gran parte dei Paesi europei, Italia compresa, e sono convinto che sia il nostro “Black Lives Matter”».