Editoriali

Ripartiamo insieme

di Lauro Paoletto

Siamo oramai a metà gennaio, ma essendo per noi questo il primo numero del nuovo anno, è d’obbligo scambiarci i migliori auguri per il 2019.

Cosa ci aspettiamo da questo nuovo tempo che si apre davanti? Quali sogni, quali paure, quali rassegnazioni, quali speranze ci accompagnano? Accanto alle risposte personali ce n’è una che ciascuno dovrebbe anche dare con riferimento alla nostracomunità. Al nostro Paese.

Iniziamo il 2019 consapevoli che viviamo un tempo tumultuoso, di passaggio. Un cambiamento d’epoca, ci ripetiamo spesso quasi che non ne fossimo abbastanza consapevoli o che rischiassimo di dimenticarcelo.

Molto di quello che accadrà (per fortuna) è ancora da scrivere e anche con riferimento al nostro Paese, non tutto dipende dagli altri. Qualcosa possiamo fare anche noi Il primo augurio allora che ci vogliamo fare per questo 2019 è che ciascuno e ciascuna decida di esserci, o almeno senta che non può non esserci, che non può abdicare al proprio essere cittadino o cittadina di questo Paese e di questo Mondo. Se non per sé stessi, almeno per i propri figli e/o i giovani ai quali ci si sente legati.

Già, perché la tentazione è potente. Di fronte a tanta, crescente complessità la tentazione di mollare e di farsi totalmente ed esclusivamente gli affari propri è forte.

Anche perché, diciamocelo: è una tendenza già presente in modo importante. Tante donne e tanti uomini hanno già tirato i remi in barca, convinti che nulla possa cambiare.Cos’è, infatti, la volontà di tirar su muri, di chiudere porte e porti, se non il rinunciare a sentirsi parte di una stessa storia, di unastessa umanità, di uno stesso destino. In realtà è una rinuncia che è più una stolta illusione che una furbata da primi della classe. Per esempio, possiamo (fino a quando in realtà?) rifiutare le migrazioni in corso anche per i cambiamenti climatici (di cui portiamo, come occidentali, gran parte della responsabilità), ma il disastro ambientale che incombe riguarda tanto i migranti quanto noi stessi. Il chiuderci pensando prima a noi stessi, lasciando fuori gli altri non ci preserva dalle minacce incombenti.

Cosa c’è alla base dello scandaloso rifiuto dei governanti europei ad accogliere i 49 profughi che vagano per il Mediterraneo da settimane se non la negazione della fratellanza che dovrebbe legarci tutti? Come credenti, poi, questa fratellanza ha la sua matrice in Dio, è iscritta nel nostro Dna e viene prima e va ben al di là di qualsiasi calcolo politico. Di fronte a tutto questo quindi l’altro augurio è di avere il coraggio di prendere posizione (prima e al di là della scelta partitica) sulle singole questioni. Pacificamente, ma chiaramente e, se possibile, con la propria testa. Di fronte alla violenza, per esempio, non c’è una via di mezzo: o si sta con i violenti o con chi la violenza la rifiuta.

La transizione che stiamo vivendo ci chiede sempre più da che parte stiamo. Possiamo chiuderci nei nostri orticelli, ma è bene, comunque, interrogarci su quale futuro stiamo preparando per noi e soprattutto per i nostri figli.

Per fortuna, accanto a chi ha rinunciato a sentirsi parte di una comunità umana, ci sono ancora molti che trovano in questo uno dei significati più belli per la propria esistenza. Il 2019 riparte da qui, perché il nostro è un destino comune, che lo vogliamo o no e allora tanto vale giocarcelo insieme per qualcosa di importante da condividere. E che magari ci ricordi che abbiamo un unico, comune Padre.

Buon 2019!

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