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Rifugiati, il “record” della Giordania

di Lorenza Zago

Ottantanove rifugiati ogni mille abitanti. Ad oggi la Giordania, assieme al Libano, è il Paese con la più alta percentuale di profughi rispetto alla sua popolazione ed è uno dei Paesi che più ha risentito della crisi siriana degli ultimi sette anni. Secondo i dati dell’Unhcr (report di febbraio 2018) il numero totale di rifugiati nel regno hashemita è di oltre 750 mila. Di questi ben 666,294 sono siriani e la maggior parte di loro, più dell’80%, vive nelle aree urbane e rurali al di sotto della soglia di povertà.

La Giordania, però, detiene anche un altro primato: nel nord della nazione si trova il campo profughi più grande del mondo, lo Zaatari Camp, che ospita circa 79 mila persone. Oltre 50 mila persone, invece, sono state registrate nel campo di Azaraq, a un centinaio di chilometri dalla capitale Amman, e in più di sette mila si trovano nell’Emirates Jordan Camp di Zarqa. La qualità della vita in questi luoghi è pessima sia per quanto riguarda le opportunità di sostentamento che le condizioni igienico-sanitarie. Condizioni che sono state più volte denunciate dalle Ong che operano sul posto. Negli ultimi anni, infatti, in migliaia sono scappati dallo Zaatari e da Azaraq trasferendosi principalmente nei governatorati settentrionali e centrali del Paese. La fuga dai campi formali, però, comporta la perdita dei documenti e ciò mette in serio pericolo la vita di centinaia di uomini, donne e bambini. Emarginazione, abbandono scolastico, sfruttamento lavorativo, mancanza di cure sanitarie e accesso limitato agli aiuti umanitari e ai servizi pubblici sono i rischi a cui vanno incontro. Dallo scorso febbraio, poi, sono state cancellate le prestazioni sanitarie sovvenzionate per i rifugiati siriani, che oggi devono pagare l’80% della tariffa straniera, un tasso che aumenta da due a cinque volte il costo dell’assistenza sanitaria pubblica. Oltre 140 mila bambini siriani sono stati iscritti nelle già affollate scuole pubbliche, ma sempre più spesso il loro ingresso è a discrezione del preside e gli episodi di razzismo sono molto frequenti. Le aziende privategiordane devono assumere cittadini giordani e soltanto per determinate mansioni possono ricorrere all’impiego dei siriani.

Nella grande maggioranza dei casi trovare un’occupazione in nero sottopagata e senza la ben che minima tutela è l’unica possibilità per poter sopravvivere. Anche il costo degli affitti negli ultimi anni è aumentato notevolmente, in alcune zone quasi del 300 per centro. Stando ai rapporti

del governo il costo dei profughi in Giordania è di 2,9 miliardi di dollari, ma solo poco più del 5 per cento è stato coperto dalla comunità internazionale. Unasituazione che, ormai da tempo, sta mettendo a dura prova la stabilità del Paese non particolarmente ricco di risorse naturali, estremamente povero d’acqua e con un tasso di disoccupazione che arriva quasi al 20 per cento. L’arrivo di così tanti profughi dalla Siria, a cui si aggiungono 61mila rifugiati iracheni ed altri 11 mila di altre nazionalità senza contare i 2 milioni di palestinesi che godono della cittadinanza grazie a una legge degli anni ’50, in sostanza, sta indebolendo una nazione già fragile.

In questo contesto prezioso è l’operato di Caritas Jordan, nonostante i cristiani del regno hashemita siano solo il 3 per cento, che con i suoi 3500 volontari offre assistenza sanitaria a circa 400 mila persone all’anno, istruzione per più di 15 mila bambini siriani e sostegno psicologico e umanitario a quanti sono fuggiti da guerra e violenza e hanno trovato rifugio in Giordania.