Intervista

Matteo Soccio, primo obiettore vicentino. «Rifiutai la divisa e andai in carcere»

di Andrea Frison

Ha compiuto 50 anni la legge che ha introdotto in Italia il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza e l’istituzione del servizio civile non armato, la cosiddetta legge Marcora numero 772 del 15 dicembre 1972. Una legge sofferta, ottenuta al prezzo di tanti giovani convinti che si può servire il proprio Paese. Una scelta che in molti hanno pagato con l’arresto e la prigionia, come Matteo Soccio, insegnante giunto a Vicenza dal Gargano oltre mezzo secolo fa e oggi animatore della Casa per la Pace di Vicenza, istituzione pubblica nata per promuovere la cultura della non violenza. 

«I miei maestri sono soprattutto Gandhi e Aldo Capitini. Fin dagli anni Sessanta ho svolto attività nel Movimento Nonviolento fondato proprio da quest’ultimo» racconta Soccio, che nel 1971 ricevette la famosa “cartolina” che lo invitava a presentarsi a Casale Monferrato per iniziare il servizio militare.

Viste le sue letture e il suo attivismo, non ha dovuto riflettere molto su come comportarsi. È così?

«Esatto. Partii con una valigetta piena di libri; rifiutai la divisa e il corredo militare, presentando una dichiarazione scritta delle ragioni della mia obiezione di coscienza. Fui messo agli arresti e poi, dopo apposita denuncia, fui prelevato e trasferito dai carabinieri nel carcere militare di Peschiera del Garda, ammanettato. Dopo 4 mesi di detenzione, al processo presso il Tribunale militare di Torino fui condannato a una pena di 3 mesi. Venni scarcerato con l’ordine di presentarmi al più presto al Car punitivo di Catanzaro. Non mi presentai e mi dedicai clandestinamente, come gli altri obiettori in libertà, al sostegno dell’obiezione di coscienza. Stavo organizzando una manifestazione a Vicenza quando venni arrestato, assieme ad altri tre obiettori. Seguirono altri due processi e altre condanne, fui anche licenziato dalla scuola. Però la testimonianza e il sacrificio di pochi giovani riuscì in quei mesi ad aprire la mente e il cuore di chi veniva a conoscere le idee e le disavventure degli obiettori». 

La promulgazione della legge sull’obiezione di coscienza è stata una vittoria? O anche successivamente ci sono state difficoltà a far accettare quella scelta?

«L’opinione pubblica simpatizzava per gli obiettori. La pressione dal basso sul Parlamento era fortissima. La legge, approvata con rito abbreviato e definita dalla stampa come una conquista di civiltà e un avanzamento dei diritti civili, fu salutata dagli obiettori come una “legge truffa”, perché introduceva un servizio civile sostitutivo con l’aggiunta punitiva di 8 mesi in più di quello militare. Dopo l’approvazione, continuò l’impegno dei movimenti per migliorare la legge. Altri “obiettori” tornarono in carcere rifiutando il servizio militare non armato. La norma fu comunque un importante inizio. Negli anni successivi  fu la Corte Costituzionale a correggere e migliorare la legge finché la sospensione del servizio di leva non disattivò la “minaccia” dell’obiezione di coscienza con l’istituzione di un Nuovo Modello di Difesa fondato su un esercito di professionisti addestrati alla guerra».

Oggi cosa rimane di quell’esperienza? Il servizio civile nazionale sembra sostenuto con poca convinzione, mentre c’è chi ripropone la naia. Per non parlare della guerra in Ucraina che vede additare i pacifisti come “sostenitori di Putin”. Cosa ne pensa?

«Io non sarei pessimista. Molti che hanno vissuto l’esperienza del servizio civile sono cittadini diversi, democraticamente preparati. Molti enti continuano a fare bene questo lavoro. Ex volontari sono i formatori di oggi, portatori di messaggi e progetti per una società più giusta e solidale, nonviolenta, in tutto il mondo. Bisogna sostenere il Servizio Civile Universale, pretendere che funzioni e venga correttamente finanziato e organizzato. A causa della  guerra in Ucraina i cinici del profitto, privi di valori etici o religiosi, i non persuasi, le lobby delle armi, manipolano, confondono e colpevolizzano con menzogne i pacifisti e i persuasi del valore della nonviolenza. Dobbiamo resistere. L’obiezione di coscienza è per sempre. I giovani formati in una esperienza di Servizio civile sono, come diceva Franco Basaglia degli obiettori di coscienza, “agenti del cambiamento”. Pur dando esempi di solidarietà con chi soffre, non si schierano con chi pensa di risolvere i problemi con la violenza e la guerra».

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