Chiesa

Rematori della Parola con l’evangelista Luca

di Davide Viadarin

Con l’ inizio del l’Avvento, quest’anno ci viene offerta la possibilità di ascoltare e conoscere in modo più dettagliato il Vangelo di Luca che, come testimonia San Ireneo (II secolo d.C.), nei suoi scritti deve molto alla predicazione paolina: è assai probabile che il terzo evangelista fosse discepolo e caro amico di Paolo, forse pure medico personale (cfr. Col 4,14; 2Tim 4,9). Tale aspetto andrebbe a spiegare lo stile colto e il vocabolario a volte tecnico che contraddistingue l’opera lucana, ben diversa nel linguaggio al livello standard e piuttosto popolare degli altri scritti del Nuovo Testamento.

Autore pure del libro degli Atti degli Apostoli, Luca racconta gli avvenimenti di Gesù organizzandoli in modo da comporre il suo Vangelo come un grande viaggio verso Gerusalemme. È proprio a Gerusalemme che la narrazione comincia, con l’annuncio dell’angelo a Zaccaria nel Tempio davanti all’altare dei sacrifici dell’incenso (Lc 1,5-20).

A partire, poi, dall’annuncio dell’Angelo a Maria nel paese di Nazareth, Luca ci conduce attraverso l’intero cammino della storia della salvezza, per arrivare al cuore della nostra fede, ovvero la morte e risurrezione di Gesù Cristo.

La chiave interpretativa per comprendere bene il terzo evangelo sta proprio in questo percorso e in questo nuovo arrivo a Gerusalemme, poiché non sono i sacrifici presso il Tempio – con i quali l’uomo della Bibbia ha cercato nei secoli precedenti di innalzare la propria vita nella sfera del divino – a metterci in relazione con Dio, bensì l’unico sacrificio dell’offerta personale di Gesù Cristo, al quale ogni uomo può partecipare mediante l’eucarestia.

Per questo motivo Luca trova la conclusione del Vangelo nell’immagine eucaristica dei discepoli di Emmaus, terminando il racconto nel luogo dove tutto era cominciato: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24,52-53).

Centrale nel suo scritto è la mensa eucaristica. Lo si coglie dal fatto che, dopo i racconti dell’infanzia e l’inizio della vita pubblica (1,1-4,13), Gesù sosta per ben sette volte attorno ad una tavola: a casa di Levi (5, 27-32); di Simone il fariseo (7,36-50); presso Marta e Maria (10,38-42); con altri due farisei in momenti differenti (11,37-44 e 14,1-24); a casa di Zaccheo, poco prima di entrare a Gerusalemme(19, 1-10); con i suoi durante l’Ultima Cena (22,14-38).

A queste va aggiunta un’ottava volta, quella definitiva, quando Risorto accompagna, istruisce e cambia il cuore dei due discepoli di Emmaus, che lo riconoscono proprio nello spezzare del pane (Lc 24 13-35).

Tutto questo è una provocazione forte ancora oggi per noi e le nostre comunità: dobbiamo riscoprire il sapore e la centralità della duplice mensa del Pane e della Parola. Solo così i nostri occhi saranno in grado di cogliere la presenza del Risorto, anche quando forestiero ci accompagna tra le pieghe della storia.

D’altronde l’evangelista non compone questo scritto per motivi personali; egli, infatti, vive in una Chiesa, è un uomo di Chiesa, è un pastore, è un responsabile della comunità.

Quando scrive il Vangelo, Luca lo fa per la sua Chiesa: non sta pensando a tutto il mondo, ma si rivolge in particolare a una comunità specifica. Quindi la struttura del Vangelo e i temi che privilegia sono determinati dalla situazione ecclesiale in cui si trova: il Vangelo nasce come una catechesi «mirata».

Vi è nell’evangelista il desiderio di ancorare la vita cristiana della sua gente all’origine del cristianesimo. Evidentemente vi era un indebolimento dell’attesa escatologica: ormai la comunità non attendeva più come imminente la venuta gloriosa del Cristo; era venuta meno la spinta verso l’ideale e la forza di tendere con coraggio alla meta.

Luca dice ai suoi, ma anche a noi, che è cominciato un tempo nuovo, il «tempo della Chiesa»: dobbiamo essere vigilanti, perché chi attende spera e, sperando, spinge lo sguardo oltre la contingenza della realtà. Infine, il terzo Vangelo appare come una tavolozza variegata, in cui a turno risplendono colori differenti, a volte mescolati fra loro e che possiamo riconoscere nel viaggio, nell’oggi della Salvezza, nella misericordia e gioia, nella preghiera.

Il viaggio: per Luca il discepolo è una persona che si mette in viaggio, non da solo, non a caso: il discepolo è in cammino con Gesù verso la pienezza dell’incontro. Per comprendere in pieno il senso di questo viaggio, è opportuno riflettere su tale tema che ricorre in brani espressamente teologici: nella parabola del buon samaritano, lo straniero, che ha misericordia del malcapitato, è in viaggio (Lc 10,33); nella grande parabola della misericordia (Lc 15) il figlio più giovane ritrova la dignità nel compiere il viaggio verso il Padre che lo attende (Lc 15,14ss). Così pure il racconto dei discepoli di Emmaus, capolavoro della narrativa lucana, mostra il viaggio del Cristo risorto con i suoi amici: la sua presenza, la sua parola ed il suo Pane trasformano il loro (e nostro) cuore, rendendoli capaci di missione, di testimonianza e di gioia.

L’“oggi” della Salvezza: l’«oggi » è un tema molto caro a Luca, tanto da percorrere tutto il suo Vangelo, eco dell’«oggi» contenuto nel Deuteronomio (vi rincorre per ben 65 volte!).

Da una parte esso esprime il compimento di qualcosa che si aspettava da tempo, dall’altro rimanda all’attualità non solo dei vari protagonisti del testo evangelico, ma anche di noi lettori. Esso ci ricorda che la salvezza di Dio non cade mai su una folla anonima, ma fa irruzione nel cuore della storia, la nostra, come quella dei pastori (Lc 2,11), o di Zaccheo (Lc 19,5-9), fino alla croce (Lc 22,34).

Misericordia e Gioia: Dante definisce Luca “scriba mansuetudinis Christi”. Diventare misericordiosi come il Padre (Lc 6,36) è il tema di tutta la sua opera, cadenzato nei fatti e nelle parole di Gesù. Luca racconta l’amore folle di un Dio innamorato dell’uomo, sua creatura, amore che esige conversione. L’insistenza di Luca sul tema della conversione è frutto della sua esperienza personale: sono i cristiani che hanno bisogno di conversione, giacché chi ha accolto il Cristo deve impegnarsi a una fedeltà costante. E chi incontra il Cristo e si mette in cammino con lui diventa una persona contenta.

Diversi sono gli ambiti in cui il tema compare, ma sempre uguale è la motivazione: la gioia è la presenza del bene amato. Innanzitutto, nei capitoli dell’infanzia, si evidenzia la gioia per l’inizio dei tempi messianici: la nascita del Precursore arrecherà a molti la gioia (Lc 1,14); nel seno di Elisabetta il bambino esulta per la visita della Madre del suo Signore (Lc 1,44); l’esultanza di Maria si manifesta nel canto e nella lode (Lc 1,47); ai pastori di Betlemme, rappresentanti di tutta l’umanità, viene annunciata la grande gioia del Natale (Lc 2,10). Vertice di tutto il Vangelo, infine, è la gioia pasquale, la gioia dell’incontro con il Cristo risorto.

Preghiera: più di ogni altro evangelista Luca nel suo racconto mostra Gesù in preghiera: prima di tutto, dunque, il Cristo è modello di preghiera, persona che sa pregare. Come scriveva a tal proposito Silvano Fausti, «[la preghiera] è il dono di Gesù, che fa fiorire e crescere nel nostro cuore e nel mondo la paternità di Dio, la gioia del Figlio e la pace dei fratelli. Essa ottiene lo Spirito Santo […], ci apre all’ascolto fecondo della Parola, e ci spinge ad annunciarla (At 1,8)».

Luca, nelle prime righe del testo evangelico, informa i lettori di voler riordinare i fatti «come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri ( yperêtai, da yperêtes)della parola» (1,2). Il termine greco yperêtes può indicare anche coloro che svolgono il servizio di rematori: forse è proprio questo che ci viene chiesto all’inizio dell’Avvento, essere rematori della Parola, uomini e donne capaci di andare oltre le paure per portare quel lieto annuncio capace di attraversare i monsoni e le risacche della vita… La nostra come quella di ogni comunità.

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